22 Luglio 2024
Movie

“Dolor y Gloria” (di P. Almodovar, ESP 2019)

Pedro Almodóvar ha quasi settant’anni. Con questo film si conferma tra i fuoriclasse delle ultime generazioni di cineasti e probabilmente lo si può considerare definitivamente, dopo l’inarrivabile Luis Bunuel, il massimo regista della storia del cinema spagnolo. Quanti film belli, commoventi, originali ha girato questo autore? Vogliamo ricordarne solo alcuni, ricorrendo per il gusto ai titoli originali in castigliano: ¿Qué he hecho yo para merecer esto? (1984); Mujeres al borde de un ataque de nervios (1988); Átame! (1990); Tacones lejanos (1991); Todo sobre mi madre (1999); Hable con ella (2002); Volver (2006); Los abrazos rotos (2009); La piel que habito (2011); Julieta (2016). Solo un piccolo e lacunoso ripasso.

Amato, venerato persino, ma anche poco premiato nei grandi festival europei di cinema d’autore rispetto alle sue eccezionali qualità. Così, quest’anno a Cannes, dove si presentava tra i favoriti, ha lasciato la Palma d’Oro a Gisaengchung del coreano Bong Joon-ho (ancora un successo del cinema-verité “dei popoli” su quello di tradizione occidentale) sebbene Antonio Banderas abbia ottenuto quella di miglior interprete maschile.

Questo Dolor y Gloria è la rappresentazione della vita sofferentissima di Banderas-Salvador Mallo (lì sta il Dolor) ma anche capace di riscatto (lì sta la Gloria) ed è girata magistralmente. Mallo è un cineasta e sceneggiatore che ha smesso da molti anni di lavorare: soffre di dolori fisici in parte dovuti a forme di somatizzazione ipocondriache che gli richiedono comunque trattamenti specifici e soprattutto gli invalidano le giornate: in fondo è in primo luogo un depresso. In questa fase della sua esistenza trova rifugio dipendente nel fumo dell’eroina iniziatovi da un suo antico amante e collega. Si susseguono tra presente e memorie i flashback vitalissimi: di lui bambino, a più riprese descritto nel suo rapporto intenso con la madre Jacinta (lei giovane: Penélope Cruz) poi anche da adulto, con lei morente, le sue prime pulsioni omosessuali, come quando vede lavarsi un giovane piastrellista e collaboratore domestico della madre per compensare l’alfabetizzazione ricevuta proprio da Salvador ragazzino; è una scena bella che colpisce anche per il rapporto tra eccitazione sessuale, rossore e febbre – un po’ come accade in Amarcord durante e dopo la famosa scena della tabaccaia.

Ma tanti altri momenti sono memorabili, nell’alternanza di linguaggi filmici e utilizzi della macchina da presa diversificati: dal rosso come colore tipicamente spesso prevalente, dai piani americani con la mdp ferma (scena iniziale, altre su sfondi sgargianti), ai ricordi delle campagne della Spagna franchista degli anni Sessanta, poverissime ma apparentemente serene, alle radiografie quasi psichedeliche dell’anatomia di Salvador che si fa visitare. Infine, c’è la struggente rinascita, dopo che ha rincontrato casualmente il grande amore della sua vita: Federico (Leonardo Sbaraglia), col quale si lascia andare a un bacio appassionato rifiutando però di passarci la notte; dopo quest’incontro il protagonista abbandonerà la droga e deciderà di risolvere i suoi problemi di salute. L’epilogo, che racconta il ritorno di Salvador alla sua attività professionale, è basato sullo schema del metacinema.

Giovanni A. Cecconi

Professore di storia romana e di altri insegnamenti di antichistica all'università di Firenze. Da sempre appassionato di cinema, è da molti anni attivo come blogger su alleo.it per recensioni, riflessioni, schede informative, e ricordi di attori e registi. È stato collaboratore di Agenzia Radicale online e di Blog Taormina. Ama il calcio, si occupa di politica e gioca a scacchi, praticati (un tempo lontano) a livello agonistico, col titolo di Maestro FIDE.