16 Luglio 2024
Voice of Jerusalem

Abbastanza acqua per due

L’acqua è un tema forte in Israele e Palestina. Un tema sul quale, periodicamente, si decide se trovare un punto di condivisione oppure no. Le posizioni di partenza sono note, le riassumo (magari anche banalizzandole un po’): gli israeliani portano via l’acqua ai palestinesi, i quali parlano di «apartheid dell’acqua», e che a loro volta vengono accusati di praticare la «intifada della fogna», scaricando acque reflue sul terreno che poi vanno a finire in Israele.

Ovviamente c’è molto di vero. Dall’occupazione nel 1967 Israele estrae acqua dal ricco acquifero che sta sotto le colline della Cisgiordania, e ne lascia ben poca a disposizione dei palestinesi che spesso vanno in crisi idrica. E già prima, negli anni ’50 e ’60, era stato realizzato il «National Water Carrier», un’enorme opera idraulica che prende acqua dal lago di Tiberiade e la trasferisce sino a Beersheva, all’inizio del Negev, lasciando quasi a secco il fiume Giordano.

Alla questione dell’acqua potabile si aggiunge il problema dello scarico dei reflui non trattati. Gaza è alle soglie dell’incubo, in questo periodo appena retrocesso in secondo piano a causa del coronavirus. La falda acquifera costiera, pressoché l’unica risorsa per quel luogo e per gli oltre due milioni di abitanti che ci abitano, non contiene più acqua potabile e ha livelli di salinità dieci volte più alti degli standard per la salute richiesti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gaza non possiede impianti moderni di depurazione, quindi le acque non trattate inquinano la falda acquifera e da qui i liquami non trattati fluiscono nel Mediterraneo.

Tutto questo preoccupa anche Israele. Non solo la costa in comune è contaminata, e minaccia il corretto funzionamento del vicino dissalatore di Ashkelon che da solo fornisce il 20% dell’acqua potabile a Israele. Ma sono evidenti i rischi alla sicurezza sanitaria: l’inquinamento della falda acquifera costiera non si ferma alle recinzioni di divisione fra Gaza e Israele, mentre ogni cittadina della Cisgiordania, da Jenin a nord a Hebron nel sud, rilascia liquami che inquinano corsi d’acqua che portano rischi di epidemie nel cuore delle maggiori città israeliane: il torrente Yarcon a Tel Aviv, e poi a Haifa, Hadera, Netania, Beesheva attraverso altri torrenti. Ed ancora, a est verso il Giordano e il Mar Morto: secondo una stima di qualche anno fa, 50 milioni di metri cubi di liquami non trattati ogni anno.

La risoluzione del problema dell’acqua, sia per quella potabile sia per i reflui, è quindi un imperativo israeliano e palestinese.
Qualche anno fa ho incontrato Gidon Bromberg. Membro di EcoPeace, un’associazione ambientalista di Giordania, Israele e Palestina che da oltre 20 anni si occupa di temi ambientali nell’intera area. E mi ha offerto un punto di vista particolare, molto diverso dal solito.

Gli israeliani sono orgogliosi della loro ingegnosità in fatto di tecnologie idrauliche, e Israele è oggi il leader mondiale nel trattamento e nel riuso delle acque reflue. Ogni anno 375 miliardi di metri cubi di acque reflue – su 520 miliardi prodotte – vengono trattate e riutilizzate.
Grazie a queste conquiste tecnologiche, Israele può contare oggi su un abbondante surplus di acqua. Basti pensare che in passato, ogni volta che c’era una carenza d’acqua, veniva presa ai contadini così che essi non potevano stoccare acqua per il lungo termine, mentre ora ricevono acqua sana proveniente da un impianto di trattamento, con un’affidabilità tale che possono raddoppiare la produzione.
Ciò significa che adesso Israele può raggiungere un nuovo accordo sull’acqua con i palestinesi senza tagliare le provviste d’acqua in alcun settore. Il guadagno da entrambe le parti sarebbe estremamente alto.

Oltre 20 anni fa palestinesi e israeliani firmavano gli accordi di Oslo, inclusa la spartizione temporanea delle risorse idriche valida fino a che un accordo finale su tutte le altre questioni fosse stato raggiunto. Gli accordi temporanei hanno così legato la questione dell’acqua a tutte le altre questioni finali, come Gerusalemme, confini e ritorno dei profughi.

Le “soluzioni finali” sono sempre un errore tragico. Quell’idea di chiudere tutti gli accordi solo dopo un “accordone risolutivo” fu un errore. Oggi lo è ancora di più. La questione dell’acqua, la sicurezza idrica e la salute pubblica sono state tenute in ostaggio da un processo politico più ampio.

È invece necessario separare le questioni, ora che tecnicamente possiamo. Secondo Bromberg, si dovrebbe fare un nuovo accordo tra le parti per la gestione dell’acqua e della salute in Cisgiordania e a Gaza, senza aspettare che sul resto si trovi o meno una soluzione. Il costo politico sarebbe davvero basso. Ma se tutto questo è ragionevole, c’è chi invece punta ad altri obbiettivi: piano Trump, annessione, nessun accordo. Sono questi gli obbiettivi del governo israeliano che a breve entrerà in carica.