24 Aprile 2024
Voice of Jerusalem

Gerusalemme non è capitale

In questi giorni il Tribunale di Roma ha obbligato la trasmissione «L’Eredità», condotta da Flavio Insinna, a rettificare quella che è stata definita «una informazione errata»: il 21 maggio scorso, alla domanda su quale fosse la capitale d’Israele, una concorrente ha detto ‘Tel Aviv’ ma la risposta è stata considerata sbagliata in favore di ‘Gerusalemme’. Il tentativo di rimediare non è andato a segno, il 5 giugno Insinna ha letto una precisazione sbagliata: «sulla questione esistono posizioni diverse». Proviamo noi a fare chiarezza su questo tema che inganna molti, anche chi a Gerusalemme c’è stato.

Anzitutto, si parla di ‘Gerusalemme Est’ e della parte ovest. La differenza sta in questo: Gerusalemme ovest è la parte della città che fu conquistata durante la Guerra d’Indipendenza (1948-49) e quindi, a seguito dell’armistizio con la Giordania, questa fa parte d’Israele a pieno titolo. Gerusalemme Est, invece, compresa tutta la città vecchia (e quindi il Muro del Pianto e il Santo Sepolcro, tanto per dire due luoghi noti a tutti) rimase alla Giordania, e solo con la Guerra dei Sei Giorni del 1967 Israele ha conquistato quella parte di città.

Ad oggi la città è tutta controllata da Israele e non ha confini fisici al proprio interno, ma le posizioni, anche se divergenti, sono chiare: mentre Israele rivendica l’intera Gerusalemme come la sua capitale e la utilizza de facto come tale (in città ci sono tutti gli organi sovrani: il Parlamento, la sede del Primo Ministro, quasi tutti i ministeri), la maggior parte dei membri dell’ONU e delle organizzazioni internazionali non riconosce l’annessione di Gerusalemme Est, né riconosce Gerusalemme come capitale. La posizione de jure è così composta: il 30 luglio 1980 il Parlamento israeliano approvava la Legge fondamentale: Gerusalemme capitale d’Israele, ma il 20 agosto dello stesso anno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rispondeva con la Risoluzione 478 (passata con 14 voti favorevoli e l’astensione degli USA) che non riconosce quella legge fondamentale israeliana e dichiara che i suoi effetti sono nulli sulla base del fatto che quella legge è una violazione del diritto internazionale che non ammette l’acquisizione di territori con la forza.

E le conseguenze de jure sono chiare ed evidenti: la capitale d’Israele è Tel Aviv; le ambasciate della maggior parte degli Stati sono in quella città; gli incontri con i rappresentanti d’Israele avvengono a Tel Aviv o, in subordine, in qualsiasi altra parte entro i confini riconosciuti, cioè quelli del 1949, ma non a Gerusalemme; ogni ministero, sebbene sia dislocato a Gerusalemme, ha una sede anche a Tel Aviv affinché possano avvenire gli incontri ufficiali con i rappresentanti di altri Stati.

Quindi, dice il Tribunale di Roma, «dare per assodato che la città di Gerusalemme sia la capitale dello Stato di Israele concreta la diffusione di una informazione errata. Definire la questione una ‘disputa’, come fatto durante la prima replica della Rai, non basta a rettificare quanto avvenuto in trasmissione, poiché non restituisce l’informazione (corretta) che la questione è sì obiettivamente controversa fra gli stati direttamente coinvolti, ma è altresì oggetto di una netta presa di posizione del diritto internazionale».

Al momento nessuna ambasciata internazionale è a Gerusalemme. Fanno eccezione gli Stati Uniti, che hanno avuto una posizione netta e sfumata al tempo stesso; nel 1995 il Congresso ha approvato il Jerusalem Embassy Act in cui si afferma che «l’Ambasciata in Israele degli Stati Uniti d’America sia stabilita a Gerusalemme non più tardi del 31 maggio 1999». Da allora ogni sei mesi il Presidente ha rinviato lo spostamento, pur ribadendo che il «Governo conferma l’impegno a dare inizio al processo di trasferimento a Gerusalemme della nostra ambasciata». Come effetto dello Embassy Act, sia i documenti ufficiali che i siti web ufficiali fanno riferimento a Gerusalemme come alla capitale di Israele. Ma il 6 dicembre 2017 Donald Trump ha cambiato le carte in tavola: ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme come capitale (il 21 dello stesso mese l’Assemblea Generale dell’ONU si è espressa contro questa decisione) e l’Ambasciata statunitense è stata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme il 14 Maggio 2018.

Le restanti ambasciate sono nell’area urbana di Tel Aviv. All’atto dell’assunzione del loro incarico, i diplomatici stranieri presentano le credenziali al Presidente d’Israele, che risiede a Gerusalemme, e ma è il solo atto ufficiale che compiono in quella città.

Veniamo ora all’Italia. Mentre l’Ambasciata presso Israele è a Tel Aviv, a Gerusalemme la situazione è più complessa. A ovest ha sede il Consolato Generale che ha competenza territoriale sulla città e su Cisgiordania e Gaza (il Console Generale prende contatto con l’amministrazione locale di Gerusalemme e non con le autorità politiche israeliane, e non ha alcuna relazione con l’Ambasciata a Tel Aviv). A est ha invece sede l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), che dipende dal Console. La presenza di due sedi deriva dal fatto che l’Italia – così come altri nazioni quali ad esempio Regno Unito, Grecia, Olanda, Spagna, Svezia – fino al 1967 aveva una doppia rappresentanza in città, una dalla parte israeliana e l’altra da quella giordana e, con l’occupazione del 1967 è stato concordato il mantenimento di entrambe le sedi.

Fra le tante, di rilievo è la posizione della Santa Sede, che immaginerete quanto sia importante. Il Vaticano si è più volte espresso a favore di soluzioni che prevedano Gerusalemme come città internazionale sotto il controllo dell’ONU. Posizione originale ma non nuova, anzi era contenuta nella risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite che nel 1947 istituiva lo Stato d’Israele, e a quella posizione il Vaticano è rimasto. E non si possono fare i conti senza la Palestina: l’Autorità Nazionale rivendica Gerusalemme Est come capitale del futuro stato arabo.

Riassumendo, ai sensi del diritto internazionale Gerusalemme non è la capitale di Israele. E, secondo il Tribunale di Roma, «non può passare l’idea che tutto è controvertibile».