23 Febbraio 2024
Words

Conte “scivola” in Libia

Quarantott’ore prima che Conte e Di Maio volassero da Haftar, il premier della Libia al Serraj era ancora a Roma. Così la storia che ruota attorno alla liberazione dei pescatori italiani rischia di trasformarsi in una pochade. Non è chiaro il motivo per cui il rappresentante del governo libico riconosciuto dall’Onu abbia soggiornato «vari giorni» nella capitale: la tesi sostenuta da fonti accreditate è che le autorità italiane abbiano voluto informarlo per tempo dell’operazione in programma a Bengasi. Chissà se sapeva anche che la missione sarebbe stata guidata dal premier e dal ministro degli Esteri della settima potenza mondiale, che i due avrebbero stretto la mano al suo acerrimo rivale in Cirenaica e che addirittura l’incontro sarebbe stato ufficializzato.

L’irritazione del premier libico in ogni caso non sarà superiore allo sconcerto che si avverte nel governo, nelle istituzioni e nelle forze politiche italiane per come è stata gestita la vicenda. Autorevoli esponenti del Pd spiegano che «con un gesto senza precedenti Conte e Di Maio hanno procurato in un solo colpo uno smacco diplomatico, politico e militare al Paese», rendendo evidente che l’Italia ha perso il ruolo di potenza regionale nel Mediterraneo, esponendo ingiustamente i servizi segreti nazionali al ludibrio degli altri servizi segreti, e mettendo persino a repentaglio la sicurezza della missione.

Ecco qual è il prezzo pagato per quella stretta di mano. Ed è vero che bisognava restituire alla libertà i diciotto pescatori detenuti illegalmente per tre mesi dai libici, ma non è così che si gestiscono certi dossier. Già il titolare della Difesa si era opposto all’idea di «assoggettarsi ai voleri di Haftar», additato come regista di un atto di pirateria orchestrato nel tentativo di riscattarsi, dopo esser stato sconfitto sul campo e nelle trattative per gli assetti di potere in Libia. E insieme a Guerini altri ministri del Pd si domandavano se fosse necessaria questa delegazione: «Perché muoversi in due? È già troppo mandarcene uno».

I vertici dem lamentano una drammatica spettacolarizzazione della sfida politica lanciata da Renzi nell’Aula del Senato e raccolta da Conte senza badare ai contraccolpi. In Parlamento il leader di Iv la scorsa settimana aveva ricordato al premier che, quando sedeva a Palazzo Chigi nel 2015, aveva riportato in Italia un peschereccio bloccato dai libici: «Nel giro di sei ore il caso fu risolto grazie all’intervento dell’autorità delegata», allora gestita da Minniti. Renzi aveva messo il dito nella piaga, sollevando pubblicamente un problema che il Pd pone fin dall’inizio del governo giallo-rosso: l’accentramento dei poteri da parte di Conte sui servizi segreti.

È questo il tema più delicato nel governo, più della gestione del Recovery fund. E la missione a Bengasi ha fatto da detonatore anche negli apparati. Come riferisce un rappresentante dem al governo, «i vertici delle nostre Agenzie sono neri come la cromatina per le scarpe». E chissà quale sarà l’umore alla Farnesina, che già aveva dovuto mettere una toppa all’incidente diplomatico provocato a gennaio, quando Conte pensò di incontrare lo stesso giorno Haftar e Sarraj, e subì il rifiuto sdegnato del premier libico.
Ora che il Mare Nostrum non è più nostro, l’epicentro della crisi si sposta nelle istituzioni. Il gesto del presidente del Copasir Volpi di ringraziare per la missione solo il direttore dell’Aise, glissando sul governo, segna nel Comitato per i servizi la rottura della coesione nazionale, che pure aveva resistito alla guerra fredda, al bipolarismo muscolare e persino all’avvento del grillismo: «Un tale punto di conflitto sul piano operativo — dicono nel Pd — non si era mai registrato». E adesso che il Copasir vuole convocare Conte per conoscere i dettagli del caso, i dem minacciano di abbandonare i lavori se il premier mandasse ancora una volta in sua vece il capo del Dis Vecchione. Altro che una banale crisi di governo.

[tratto da Corriere della Sera – di Francesco Verderami]