20 Giugno 2024
Culture Club

Giaconi e le spie americane

Come sono decisive le prefazioni. Premettendo la sua ai Racconti narrati due volte Hawthorne vi ammette, molti anni dopo averli scritti, che molti di loro mantengono “un significato allegorico non sempre avvolto con sufficiente calore nel suo rivestimento di carne e di sangue da poter essere accolto senza un brivido nella mente del lettore”.
Vale a dire che nei Racconti abbiamo delle premonizioni della storia che sarà dopo il 1851 della loro pubblicazione in volume unitario come anche della storia prima e cioè dei tratti persistenti nell’indole americana. Del resto è affascinante che la raccolta si chiuda con tre racconti di genere opposto, civile e intimo. La storia ‘impegnata’ è composta di due bozzetti dal titolo Leggende del palazzo dei governatori. Il pezzo a carattere privato, evocativo chiude poi la silloge con quella prodigiosa invenzione che è La bambina di neve – Miracolo infantile.

Affrontando il tema civile Hawthorne si sprofonda in un palazzo di Washington facendosi accompagnare da un arzillo beone per ricostruire due episodi di poco meno di un secolo prima di quando sta scrivendo: è la ribellione contro gli inglesi e la successiva Indipendenza americana. Trattandosi di argomenti vicini ci sono ancora testimoni oculari e la ricostruzione si fa per certi versi romantica, per altri misteriosa, corroborata dai retroscena, dalla storia orale.
Hawthorne ci presenta così il beone di lusso che si gode in un’ala del Palazzo dei governatori riservata al ristorante il suo “bicchierino di porto freddo e drogato”. Quest’uomo gli snocciola senza troppi complimenti la storia di una carnevalata orchestrata dagli americani ai tempi della rivolta fuori dal Palazzo del governatore: una sfilata di pessimi governatori inglesi di primo Settecento, tutti finiti malissimo.
Il bozzetto si chiude così: “Si suppose che il colonnello e la fanciulla avessero segrete notizie sul misterioso corteo di quella notte. Ma, in ogni modo, esse non sono mai state divulgate. Gli attori della scena sono dileguati in un’oscurità ancore più fitta della tenebra in cui scomparve quella selvaggia banda di Indiani che sparse sulle onde il carico di tè delle navi e conquistò un posto nella storia, pur senza lasciare nomi”.
Fine del primo episodio.

Poi attacca col secondo e questa volta ci fa il nome – pretestuoso, col giusto tocco di mistero – del suo confidente nel palazzo dei governatori. È Bela Tiffany: “chiesi al proprietario del caffè di servirci due bicchieri di punch al whisky che egli preparò rapidamente, fumanti, con una fetta di limone al fondo, uno strato rosso cupo di ponce alla superficie e, su tutto, una spruzzatina di noce moscata”.
La bevanda “agì come un solvente della memoria” e tra le nuvole di fumo del suo grosso sigaro entriamo nel nirvana dell’altro quadretto.
Anche questa volta si tratta di fatti di poco antecedenti la Rivoluzione americana, ma ora il contesto è più morbido perché vi compare come protagonista la figlia di un politico, famoso a quei tempi, la quale si preoccupa di restaurare il quadro di un autocrate inglese per ammonire i suoi severi discendenti che… ma non voglio distruggere la trama. Diciamo che è un ritratto magico, parlante.
Se non altro, il finale delle Leggende del palazzo dei governatori serve da cerniera con l’ultimo racconto, quello delicatissimo della bambina e del suo fratello più piccolo che fanno il pupazzo di neve animato e vengono creduti nella loro magia dalla madre ma non dal padre che è uno zotico materialista.
Questi sono insomma i due tratti costanti, le strutture mentali americane: pubblico e privato, tenuti in equilibrio da Hawthorne che è una penna eccellente e, a quanto pare, fu padre invidiabile.

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A questo punto si sono aperte le cateratte dei ricordi personali. Uno degli ultimi argomenti su cui provocai l’amico Giaconi era il Culper Ring, vale a dire il circolo di spie allestito da Washington nel 1780.
Con la consueta verve fantasiosa, il nome dell’operazione aveva a che fare con la cospirazione solo per via allegorica: Culpeper, in Virginia, è una piccola località legato ai ricordi sentimentali di Washington diciassettenne, quando vi ricopriva l’incarico di County Surveyor, cioè di pubblico ufficiale.
Il Culper Ring diventa quindi nelle sue mani la tela con la quale chiudere New York in una rete di informatori: di questi sappiamo oggi quasi tutti i nomi e i cognomi.
Ci mancano notizie, però, di una delle due teste pensanti nella rete spionistica.
Robert Townsend è poco più di un nome.

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Siccome gli americani sono particolarmente felici di vantare, come dice Lisa Simpson, un agente CIA per ogni abitante, disponiamo di archivi aperti per quegli episodi. Hawthorne avrebbe gongolato.
Ecco una primissima lettera con cui Washington incomincia a orchestrare il Culper Ring (https://www.stonybrook.edu/commcms/libspecial/collections/manuscripts/washington.php). È indirizzata al maggiore Tallmadge. Quindi è spionaggio militare diretto a quello ufficiale, teatrale.

Quartier Generale West-point
24 settembre 1779

Sir
Questa mattina ho ricevuto la vostra lettera del 22 con i suoi allegati.
Sono dell’idea che Culper Junr. [il nome in codice di Townsend corrisponde con quello dell’operazione, Culper Sr. essendo Woodhull] vada convinto a non lasciare il suo attuale impiego lavorativo. Immagino che con piccolo sforzo sarà in grado di portare avanti la sua attività di intelligence con maggior sicurezza per se stesso e con più grandi vantaggi per noi – sotto copertura del suo attuale lavoro – invece che dedicandosi interamente alla trasmissione di informazioni. Gli consentirebbe di raccogliere intelligence più di quel che non gli riuscirebbe in altri modi. Questo previene, per giunta, quei sospetti che diverrebbero naturali nel caso uscisse dal recinto del suo attuale impiego. – Rimarrebbe fuori da ogni attenzione che altrimenti gli si rivolgerebbe durante i suoi servizi.
Una cosa mi sembra meritare la sua attenzione perché renderebbe le sue comunicazioni meno esposte ai controinformatori e lo solleverebbe dalle paure che assalgono persone che come lui sono collegate al secondo anello della catena – e certo si agevolerebbe di molto l’obiettivo che noi abbiamo in vista. Voglio dire che volta per volta dovrebbe scrivere le sue informazioni sui fogli bianchi di un pamphlet – sulla prima e la seconda pagina di un comune libro tascabile e così via – sui fogli bianchi all’ultima pagina dei registri annuali – almanacchi e pubblicazioni nuove di qualsiasi tipo – o libri di piccolo valore. Dovrebbe esser convinto della scelta di questo tramite librario principalmente in base alla buona qualità delle pagine bianche giacché l’inchiostro non è ben leggibile a meno che non sia applicato su carta di buona qualità. Avendo stabilito un simile piano col suo amico potrebbe in seguito inoltrare i libri senza rischio di scrutinio da parte del nemico – giacché questi si rivolge alla carta in forma di lettere.
Aggiungerei un ulteriore suggerimento in materia. Persino le lettere potrebbero rivelarsi utili nelle sue comunicazioni, come è stato sinora. Potrebbe scrivere una lettera ai familiari su argomenti casalinghi o su altre piccole materie lavorative al suo amico a Satuket [Long Island] mettendo in interlinea le informazioni segrete con inchiostro macchiato, o scrivendo sul retro della lettera. – Ma in modo che il suo amico sappia come distinguere queste lettere dalle altre rivolte solo a lui – potrebbe sempre lasciare quelle che contengono informazioni segrete senza data e luogo (segnando la data con inchiostro strabordante); o racchiuderle in qualche modo particolare che si potrebbe stabilire tra le parti. Quest’ultimo modo mi sembra il migliore dei due e potrebbe essere il segnale che si rivolgono a me.
Il primo modo che ho menzionato, comunque, o quello dei libri, mi sembra il meno esposto alla sorveglianza.
Sono, Sir
Il vostro servitore più obbediente e umile
Go. Washington

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All’epoca dei fatti il signor Culper-Townsend aveva ventisei anni e benché nel corso dell’insurrezione il suo nome venisse rintracciato dagli inglesi quando misero mano su una lettera destinata a Washington, la sua identità di negoziante a Oyster Bay rimase celata a tutti, persino a Washington: il primo presidente non avrebbe mai saputo quale discreto negoziante tra Long Island e Hempstead fosse in realtà Townsend.

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Per il resto fu il solito mestiere di attesa, attesa, attesa. Townsend, certo, dovette far rimuovere figure inappropriate dal Culper Ring e forse anche per questo non volle che Culper Sr., il sottotenente Woodhull, facesse il suo vero nome a Washington. Una volta ottenuta l’indipendenza Townsend continuò poi il suo lavoro di bottega e anche se non si sposò mai ebbe un figlio che ci ha lasciato l’unico ritratto del padre: appare nel 1813 in un bozzetto di profilo come un sessantenne ben conservato che tiene sulle gambe un libro aperto. Vuoto.

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Quando ne parlavo con Giaconi, il vecchio maestro inizialmente andava coi ricordi a Nathan Hale: un altro martire dell’indipendenza americana. Di lui c’è una statua a Langley.
Una statua per un portaordini, e solo un bozzetto familiare per il capo del Culper Ring. Ironia della fama postuma?

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Di solito non riesco a ricordare i sogni ma a volte le eccezioni stanno lì a rassicurarci.
In questo sogno c’è un francobollo commemorativo di non so più quale iraniano col turbante e la voce di Giaconi fuori campo esclama: certo se non l’avessero pagato bene non poteva essere un agente così bravo. Poi vede, il cuore è fragile come un temperino. Compare un temperino e Giaconi ci spara sopra.