26 Maggio 2024
Culture Club

Jack Hirschmann, l’ultimo poeta

I suoi baffi coprivano in parte la mancanza di molti denti, ma quando sorrideva tutto era chiaro e splendente. Vengo con qualche giorno di ritardo a ricordare un amico, col quale anni fa abbiamo letto insieme, con l’accompagnamento di bravi jazzisti liguri e toscani. Con lui e con sua moglie Agneta Falk ho avuto il piacere di soggiornare presso un vecchio festival a Livorno per due anni consecutivi, con grande soddisfazione umana e grande riconoscenza per aver potuto apprendere da loro alcune arti dei reading poetici dal vivo con musicisti jazz.

Jack è stato un uomo dritto e soprattutto un grande poeta. Ha saputo scrivere negli anni della beat generation (che definisce una “pseudo-rivoluzione borghese”) fuori da quel giogo, trovando piuttosto fari stilistici in Whitman e Pound. Al pari di quest’ultimo ha messo insieme tanti linguaggi differenti nei suoi poemi, come negli Arcani che sono stati forse la punta più avanzata della sua ricerca: dal surrealismo alla cultura ebraica newyorkese, dallo yiddish alla cabala, dalle associazioni mentali ai riflessi fonici fino alle invenzioni lessicali. E dentro a questo ribollire di esperienze razionali messe in poesia c’erano, a volte, dei passaggi totalmente lirici, come il finale de L’Arcano di Pristina: “Ritorno a ieri anche se domani/nasce Lenin. Non si va avanti/Sono spinto indietro dagli spari/Bombe seminate intorno Columbine. Corpi/che cadono, cadono, giovani corpi morti/non così a caso./Kosovari che fuggono, studenti dispersi/tra la lezione di storia sull’anniversario/della nascita di Hitler./Colpiti alla nuca/nel villaggio di Pec, a Columbine/o dall’alto./Una volta conoscevo una ragazza chiamata Columbine/sensibile come carta fatta a mano/sulla quale qualsiasi poesia vorrebbe essere composta./Indietreggiare di due passi senza averne fatto/neanche uno in avanti, da leone o da formica./Una volta conoscevo una città chiamata Pristina.”

Jack Hirschman è nato nel Bronx nel 1933. Tra il 1951 e il 1959 compie gli studi al College di New York e alla Indian University, con una tesi su Joyce.
Nel 1953 invia alcuni suoi racconti a Hemigway che al tempo era a Finca Vija a Cuba, il quale dice al ragazzo di proseguire a scrivere, suggerendogli di leggere Flaubert.
Dal 1961 al 1966 insegna alla UCLA dove fra i suoi studenti ha Jim Morrison che Jack avvia alla poesia. Nel 1966, dopo un viaggio in Europa e la sua protesta contro la guerra del Vietnam viene licenziato dall’università.
Rimane a vivere in California, a Venice e poi si sposta a North Beach, a San Francisco. Qui resterà, con vari viaggi in tutto il mondo e soprattutto in Italia, fino alla sua morte, avvenuta il 22 agosto scorso.

L’influenza di Hirschman sulla poesia americana contemporanea è per quello che mi riguarda insondabile. Certamente è stata una voce fuori dal coro di ogni possibile scuola o gruppo o movimento poetico del Novecento. Il suo impegno politico nel Labor Party americano, la sua radicalità sociale contro tutte le forme di potere costituite e la sua ingenua osservanza della sincerità lo hanno portato a un percorso solitario che non molti hanno battuto. E anche una sua certa ritrosia a parlare del discorso poetico in sé come riflessione letteraria lo hanno tenuto distante da possibili generazioni di adepti o figliocci. Per lui, nelle relazioni sociali contava l’atto poetico del dire, il farsi materia e azione (anche politica) della parola.
È stato anche un instancabile traduttore negli Stati Uniti di autori importanti come Majakovskij, Pasolini, Celan, Neruda, Char, Mallarmé e altri. Nel 1965 curò e tradusse un’opera antologica di Antonin Artaud per City Lights Books, libro che avrà un’influenza potente su tanti artisti dei Sessanta e dei Settanta, compresi Julian Beck e Judith Malina che poi fonderanno The Living Theater (si scrive theater all’americana, non theatre all’inglese, come è scritto sbagliato anche su wikipedia).
Il suo rapporto con l’Italia è stato lungo e prolifico, prima in Veneto, poi a Salerno dove trova una sorta di casa italiana da Sergio Iagulli. Lì, presso Casa della Poesia di Baronissi vengono pubblicati anche tutti i titoli italiani di Hirschman che oggi restano come testimonianza di un valore poetico altissimo e come opera seminale per tutti coloro che hanno premura del rapporto tra poesia in italiano e poesia in american-english.