25 Maggio 2024
Words

Il grande dittatore. La guerra dell’informazione

Nel 1940 usciva al cinema Il grande dittatore di Charlie Chaplin. Nell’inno alla pace finale il piccolo ebreo, sosia al posto del dittatore, dice: “pensiamo troppo e sentiamo troppo poco”. Aveva ragione. Ma oggi che sono passati 82 anni da quel film non possiamo sostenere la stessa cosa.
Il film resta uno dei  capolavori di Chaplin, tuttavia la frase appare irrimediabilmente datata. Oggi, nell’epoca dell’empatia sembra proprio il contrario: sentiamo troppo e pensiamo poco. Basta affacciarsi a un qualunque telegiornale per sentire soltanto storie individuali e quanti fiotti di sangue sono sgorgati in giornata. L’informazione non ci informa, ci vuole emozionare. Lo fa con mezzi cinematografici: musiche suggestive di sottofondo ai servizi tv e doppiaggi impressionisti (non più semplici traduzioni dell’interprete) per le interviste.
Se a questo aggiungiamo la certezza di larga parte del ceto giornalistico e della cittadinanza di avere la verità in tasca il gioco è fatto.

L’informazione?
Questo presuntuoso desiderio di rendere tutto normalizzato. Rendere tutto alla nostra portata, perché crediamo il nostro punto di vista sul mondo come l’unico possibile. E ormai siamo pervasi dall’incapacità assoluta di ragionare, di uscire dalle viscere e dai nervi per resuscitare alla mente. Siamo così, in questo liquido amniotico decerebrato della nostra supponenza.
Così il buon Gramellini (che leggo per primo ogni mattina) sfotte ormai con atteggiamento da offerta speciale chi poco poco sostiene che Putin sì è un pezzo di merda, ma anche da queste parti si sono fatti errori madornali. Ragionare e portare esempi congrui per la corrente principale dell’informazione europea è inammissibile. Noi siamo buoni, facciamo parlare tutti, permettiamo a chiunque di uscire di casa vestito di paillettes e questo significa che siamo democratici e che abbiamo tutto da insegnare al resto del Mondo. Usa e Ue sono i buoni, il resto sono entità bieche, sono canaglie che tengono le masse sotto scacco e imperversano ovunque con le loro malefatte e il loro atteggiamento liberticida.
Così si rimuove dalla Rai Marc Innaro per aver detto che non è la Russia a essersi espansa a ovest, ma la NATO ad averlo fatto verso est; si mette a tacere Sergio Romano perché dice che dopo la caduta dell’URSS si è sbagliato a umiliare la Russia a ogni occasione; si grida al traditore contro chiunque provi a discutere e ragionare.
Mai come ai nostri giorni la storia e la geografia danno fastidio, mettono uggia. Il dettato contemporaneo è che dobbiamo guardare soltanto al presente, al qui e ora, senza che manco le reti neurali possano fare riconoscimento-memorizzazione-reazione rispetto a un avvenimento. Nessuna comparazione, solo un’immagine fissa.
Voglio dire che l’informazione-spettacolo non si può fare con distacco e raziocinio, ma soltanto tramite coinvolgimento ed empatia. Agiamo per scatti di nervi e giudichiamo sul momento, di fronte alla foto di un bambino annegato, di un barcone affondato, di una madre incinta cadavere sul selciato di una città ucraina. Come se le soluzioni ai drammi umanitari, l’intervento nei processi migratori, l’accordo di una pace possibile si potessero fare menzionando queste immagini e le relative emozioni durante le trattative, come se per raggiungere un compromesso potessimo essere per sempre nel presente di un’emozione raccapricciante.

Le stupide analogie col Covid
Qualcuno, addirittura, per contrastare stupidamente chi ha un atteggiamento critico ma analitico sulla guerra in Ucraina, ha fatto analogie tra la guerra e il racconto del Covid. Come a dire: se sostieni che il circo dell’informazione adesso racconta soltanto emozioni allora è come hanno raccontato il Covid, per impressionare. Chi sostiene questo dice una sciocchezza e probabilmente non è avvezzo alle interpretazioni della comunicazione pubblica.
Su questa guerra si raccontano quasi esclusivamente casi individuali per far impressione sul pubblico, sui “cittadini”. Di contro, durante il Covid si davano dati oggettivi dei contagi, dei ricoveri, ecc. e si intervistavano costantemente esperti, virologi, epidemiologi, cioè “analisti” del settore sanitario che provavano a ragionare sulla pandemia e sulla questione dei presidi sanitari e dei rimedi farmacologici o vaccinali.
Invece, in questo continuo racconto della guerra non si fa altro che esporre bambini morti, donne incinte che fuggono, volti sporchi di sangue o di terra, case bombardate, storie strappalacrime. Come se dovessimo stupirci che la guerra è proprio la guerra, dove si spara, si distrugge, si muore.
Il ragionamento è stato escluso dalla narrazione scelta dalla quasi totalità dei mezzi di informazione. E laddove si prova a staccarsi un poco da terra per guardare alle cause e alle possibili soluzioni, si grida al traditore, semplificando fino al grado zero del senso.
Per esempio alcuni talk televisivi danno spazio a personaggi improbabili. Così Bianca Berlinguer nel programma Carta Bianca non smette di invitare un personaggio inadeguato come Mauro Corona. Così Mara Venier a Domenica In organizza storie e dibattiti di guerra, come fosse possibile raccontare la guerra attraverso un programma di varietà. Manco Minà o Barbato, e ne avrebbero avuto qualità e competenze per farlo, si sono mai proiettati in “pomeriggi politici” per casalinghi.
Il circo dell’informazione italiana è realmente di bassa fattura. E tutti coloro che credono di vivere nel migliore dei mondi possibili, offendendo chi cerca di ragionare, se la fanno tornare alla stessa maniera di Putin che dice di voler “denazificare l’Ucraina”. Farsela tornare è l’altra faccia della medaglia del putinismo. In questo senso la Russia e il cosiddetto Occidente sono speculari e analoghi. Del resto in guerra tutto è buono pur di vincere…

Gli sbagli americani
Eppure come si farebbe a ottenere la pace con un’opposizione così radicale? Se non operiamo un cambio di giudizio sul bene e sul male di questo conflitto e soprattutto se non mettiamo in dubbio di avere sempre ragione come possiamo arrivare a un compromesso? Come si possono mandare avanti le tratttive se non rinunciamo a qualcosa? Cioè, come facciamo a far finire al più presto questa guerra?
Viviamo un tempo bizzarro in cui conviene schierarsi e individuare il nemico, l’orrendo Putin fa così per primo, ma a ruota tutti gli altri. E nel cosiddetto Occidente guai a chi vuole ampliare il discorso dalla curva dei tifosi. Eppure è soltanto cercando di capire cosa è successo anche solo recentemente che possiamo capire perché siamo arrivati dove siamo adesso.
Facciamo alcuni esempi di destabilizzazioni create ripetutamente negli ultimi anni tra Mediterraneo e Medio Oriente col contributo di tanti attori in campo, ma soprattutto degli interessi (o ultimamente disinteressi) energetici americani.
Gli Usa hanno abbandonato l’Iraq dopo averlo fatto a pezzi. Prima di andarsene hanno permesso la liberazione di molti terroristi dalla prigioni. Questi islamisti hanno dato vita al Daesh, meglio conosciuto da noi come Isis che tanti attentati e morte ha portato fin nel cuore dell’Europa.
Hanno sostenuto le cosiddette “primavere arabe”, favorendo in Egitto, Libia, Siria, Tunisia, ecc. la destituzione dei vecchi tiranni e favorendo – a detta loro – processi democratici. Questi percorsi verso la presunta democrazia si sono risolti nell’uccisione dei leader laici di quei Paesi da parte degli integralisti islamici che prima hanno combattuto fianco a fianco per spodestare il Gheddafi di turno e poi hanno ucciso i compagni di cammino e hanno instaurato o tentato di instaurare stati governati con la sharia come è stato per la falcidiata Siria. Non sostengo che Bashar al-Assad sia un sobrio e saggio governante, anzi ha agito sempre distruggendo l’opposizione interna con ferocia, ma se si vuole detronizzare un tiranno lo si fa quando siamo sicuri dei rapporti di forza e siamo in grado di prevedere una vittoria, non tanto per fare: non serve essere Guardiola per capire questo, basta essere Trapattoni.
Per ultimo gli Usa hanno abbandonato l’Afghanistan, lasciandolo di nuovo in mano ai talebani. Per farla breve (senza contare l’appoggio ai talebani contro i russi): dopo aver invaso quel Paese, aver dato anni di relativa tranquillità, di vita quasi democratica con il riconoscimento del ruolo delle donne nella società e tante altre libertà impensabili a quella latitudine, hanno abbandonato i cittadini che avevano creduto nel percorso di trasformazione simil-democratica e hanno permesso che tornassero al potere i talebani. Conosciamo tutti la situazione dell’Afghanistan adesso, dove bambini muoiono di fame, le donne sono offese, incarcerate o ridotte di nuovo a fantasmi col burqa e dove non ci sono soldi nemmeno per bere e per mangiare. Chi ha potuto è partito verso ovest alla ricerca di un posto migliore per vivere e cercando di scappare dalla vendetta talebana, ma alle frontiere di tanti Paesi europei dell’est non li hanno fatti entrare, lasciando famiglie e bambini a morire di freddo, di neve, di fame. Qualche settimana fa i democratici polacchi, gli europei polacchi, hanno accolto rifugiati ucraini biondi e di pelle bianca, ma hanno respinto alla frontiera gente nera o asiatica che lavorava o studiava in Ucraina e scappava per tornare nel proprio Paese di origine, proprio come avevano fatto con gli afghani. Perché si aiuta soltanto chi è uguale; il diverso invece resta sempre fuori dalla porta.

Il ruolo che l’Europa non svolge
E così arriviamo al vero problema dell’Europa che è l’Europa stessa. Perché fuori dalle responsabilità che appartengono agli Stati Uniti ci sono altre responsabilità che il nostro vecchio continente non sa prendersi. Difetto della classe politica attuale? O che cosa?
Alcuni commentatori hanno detto che se avessimo avuto ancora oggi personalità come Andreotti o Craxi o addirittura De Gaulle (che ai loro tempi seppero tenere a bada i desiderata dell’alleato forte), questi avrebbero saputo definire i contorni di una politica europea non totalmente adagiata sugli interessi americani. Può darsi, ma purtroppo (o per fortuna) questi politici non ci sono più e quindi tocca fare il brodo con ciò che abbiamo a disposizione.

L’Europa uscita dalla Seconda Guerra Mondiale era divisa in due blocchi. Da un lato la nostra Europa atlantica, quella del MEC; dall’altro quella comunista del Patto di Varsavia. Nel tempo costumi e abitudini, economie, sistemi formativi, educazione civica si sono sviluppate in due maniere differenti: la prima votata al denaro, la seconda votata all’ideologia. La prima cosiddetta democratica; la seconda certamente liberticida. Ho amato tanto Berlino Ovest prima della caduta del Muro perché era un po’ come la terza via a questo dualismo: era ovviamente uno schiaffo in faccia al comunismo, ed era un porto franco dalle superficialità consumistiche.
Con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche lo scenario europeo si modifica radicalmente. Con grande lungimiranza Helmut Kohl riunifica le due Germanie. Ma anche Paesi sensibilmente europei come Ungheria e Repubblica Ceca (entrambe avevano maturato la loro contrapposizione all’URSS, nel 1956 la prima, nel 1968 la seconda) guardano a ovest con grande interesse. Così tra il 2004 e il 2007 assistiamo all’allargamento dell’Unione Europea con l’ingresso di Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia. Si tratta del più grande ampliamento dell’UE in un sol colpo, in termini di superficie e numero di abitanti, ma non di Prodotto Interno Lordo. Questo aspetto del PIL è fatalmente indicativo del “tafazzismo” europeo.
Se negli anni Novanta l’Europa aveva potuto aiutare la Germania ricca a far crescere il tenore di vita della Germania povera, con aiuti da tutti i Paesi associati nell’Unione, ora si trattava di concedere a questi nuovi Paesi finanziamenti per lo sviluppo: fondi strutturali, fondi di sviluppo regionali, fondi sociali, fondi di coesione, risorse per aree depresse, ecc.
Nel corso di questi anni è cominciato un flusso di soldi UE verso i Paesi dell’ex-blocco sovietico. Contemporaneamente, con l’abbattimento delle frontiere interne all’Unione, si è creato un mercato vasto ma a senso unico. Cioè nei nuovi Paesi entrati nell’UE sono arrivati tanti soldi buoni dai finanziamenti comunitari, e anche tante aziende italiane, francesi, tedesche, ecc. che pagavano un quinto il costo del lavoro rispetto ai loro paesi di origine. In sostanza un pezzo di Europa era diventata la Cina dell’altro pezzo di Europa. Per esempio in Italia si perdevano posti di lavoro per la tecnologizzazione della fabbriche, ma soprattutto per la delocalizzazione delle aziende nei paesi europei col costo del lavoro infinitamente inferiore, coperture sindacali inesistenti e monete deboli rispetto all’Euro. Questi nuovi Paesi hanno assunto immediatamente un profilo economico europeo, molto meno lo hanno assunto dal punto di vista dei diritti civili e sociali.
In sostanza l’Europa atlantica ha fatto e sta facendo quello che solitamente è sconsigliato sugli aerei: dare ossigeno ai figli minori, senza aver prima indossato a sua volta la mascherina dell’ossigeno.

Come uscire dalla guerra?
La guerra è brutta. Ma è brutta pure la supponenza di vivere nel mondo migliore possibile, senza mettere in dubbio nulla della propria responsabilità di nazione, di governo, di scelte strategiche.
Mi ha raccontato una amica veneziana che la sua badante moldava tempo fa disse al muratore ucraino che anche gli ucraini, come i moldavi, avrebbero dovuto essere più inclusivi con le minoranze sui loro territori.
Certo, adesso c’è la guerra e si combatte: quando piove la gente tenta di ripararsi dalla pioggia, non comincia a discutere sul perché piove. Ma qualcuno lo deve pur fare, di chiedersi i perché della pioggia, come della guerra attuale. E certamente dobbiamo fermare Putin. Che si cominci allora a parlare e a mettere davvero in campo l’arte della politica e del compromesso. Oppure perderemo tutti.