23 Febbraio 2024
Words

Guerra e Covid non sono traumi

In psicologia il trauma è una perturbazione, uno sconvolgimento del cosiddetto stato psichico (ammesso che esista davvero “uno” stato psichico) prodotto da un evento, caricato, non come gli elettroni e i protoni elettricamente, ma emotivamente.  Il 14 giugno scorso è apparso sul quotidiano La Repubblica un articolo a firma dello psicoanalista Massimo Recalcati. Già dal titolo (Un doppio trauma) lo studioso milanese fa riferimento al Covid e alla successiva guerra Russia-Ucraina. Un doppio trauma, a suo dire!
Si tratterebbe così di due “avvenimenti” (a forte carica emotiva – naturalmente) che avrebbero perturbato, sconvolto, alterato il normale “stato psichico” di quello che il compianto sociologo Zygmunt Bauman, in un libro di ventitre anni fa, chiamava il “cittadino globale” (e del quale ne analizzava la solitudine). In verità però non di sole emozioni qui si tratta e nemmeno, propriamente, di traumi. In medicina e in senso più generale un trauma costituisce una forte lesione prodotta nell’organismo da un certo agente, che agisce peraltro in maniera improvvisa e repentina.

La verità è un’altra: né di perturbazione né di lesione si tratta, ma di due “accadimenti” che sono un portato della stessa globalizzazione. Se la lesione è materiale e se lo sconvolgimento è ideale, la globalizzazione risiede, invece, in quella che Luciano Floridi chiama la “infosfera” (Luciano Floridi, Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale, Raffaello Cortina, Milano 2020). Lì dove i “dati” (Documentalità, secondo la lezione di Maurizio Ferraris) si intersecano con le interpretazioni. Il detto di Friedrich Nietzsche, «Non ci sono fatti, solo interpretazioni», diventerebbe «esistono i fatti anche nelle interpretazioni».

Non è sul piano psicoanalitico (o medico) né su quello squisitamente militare che il Covid e la guerra vanno interpretati: ma sul piano ontologico. Il quale piano, dal punto di vista della globalizzazione, va inteso come piano geopolitico. Oggi siamo tutti (inter)connessi, virus vanno e vengono, e la stessa guerra «locale» diventa, subito, La guerra globale (come ci ha spiegato Carlo Galli nel 2002 nel libro omonimo edito da  Laterza). Ma non è solo questo! Oggi il mercato è esteso a tutto il globo (visto che Markus Gabriel nel 2015 ci ha tenuto a precisare le ragioni Perché non esiste il mondo). Tutto ciò comporta: omogeneizzazione, omologazione, standardizzazione, stereotipia dei comportamenti e delle motivazioni individuali. Dai teorici del “Pensiero unico” agli economisti del “Whashington consensus” ai propugnatori del “Nuovo ordine mondiale” (o disordine) è tutto un susseguirsi di dichiarazioni che confortano la tesi di una Sfera (Peter Sloterdijk) ormai appiattita in un cerchio. La terra piatta, insomma.
In questo senso sia il Covid che la guerra attuale rappresenterebbero due eventi già ampiamente previsti dal sistema, dall’algoritmo – se vi aggrada di più…
Altro che traumi, lesioni e turbamenti: in definitiva cosa sono stati e sono Covid e guerra rispetto alla comune vita di ogni giorno di ognuno? Paul Virilio esattamente vent’anni fa, ha pubblicato per Raffaello Cortina un libro che si intitola L’incidente del futuro. Questi due “avvenimenti” forse si possono anche considerare come due incidenti, due inciampi, due “rotture di scatole globali” che ci hanno fatto stare, per un certo periodo, chiusi in casa o con la paura del lancio di una nuova bomba atomica.
Il resto, il prosieguo della nostra vita, non è stato toccato più di tanto. Pagare una bolletta, fare la fila dentro un supermercato, corteggiare una bella ragazza…

Certo c’è sempre la paura. Certo con il Covid alcune cose non si potevano fare. La paura è la cifra esatta di questi due accadimenti. Ma la paura non è il “trauma”; piuttosto è la conseguenza del trauma, dell’incidente.

Alla base ci sta una società che ha smarrito – alcuni sostengono definitivamente – cultura, bellezza e tolleranza. Le “storie” – visto che oggi tanto si parla di narrazioni – sui migranti non sono, purtroppo, Le storie di ieri come cantava Francesco De Gregori nel lontano 1975. Alla base c’è una società (e una Rete) che ha dimenticato i Padri, La nozione di autorità (Alexandre Kojéve, pubblicato da Adelphi nel 2011 ma scritto nel 1942) e quella di autorevolezza. Uomini che cercano (ma lo cercano davvero?) un senso. Ma, come ha spiegato recentemente anche Vasco Rossi, un senso non c’è…

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.