26 Maggio 2024
Words

Da Zelensky a Meloni

“Vostre le guerre, nostre le bollette”. Dicono di più quattro parole di popolo che cento discorsi di politici. Anche perché i politici sono molto spesso dei politicanti e quasi sempre, se da una parte plaudono alla guerra – la mitica guerra di Zelensky aggredito da Putin, guai a non ricordarlo sempre – dall’altra non hanno granché da preoccuparsi dei relativi costi, insopportabili solo per la gente comune. Quella che se paga le bollette non mangia, ma davvero. E sono costi solo economici, per ora, trattandosi d’una guerra alla quale l’Italia partecipa solo con le armi. Poi, magari, la solidarietà atlantica ci imporrà d’andarci anche di persona al fronte. E magari quando ce lo chiederà il solito Zelensky, a continuare ad ogni costo – umano anche per noi in difesa della libertà occidentale, guai a non ricordare anche questo sempre – una guerra in realtà fra imperialismo russo e imperialismo americano, delegata a gente anche nazista, ma questo non va ricordato mai.
E comunque se non arriva prima il grande scoppio nucleare che ci metterà tutti d’accordo, politicanti e gente comune, occidentali e orientali, accomunati infine dalla sparizione dalla faccia della terra. Di ciò che resterà della terra.

Un tempo ci venivano i brividi al solo pensarci a quello scoppio finale. Apocalisse o Armageddon che dir si voglia. Ora i padroni delle nostre vite ci stanno intanto abituando a sentirne parlare ogni giorno di più, della possibile sparizione della vita. Giornali e televisioni, politici e politicanti, capi di stato e capi d’armata, pretini e pretoni d’ogni credo, ognuno a farci fare a suo modo il callo.
Finché poi l’apocalittico scoppio finale non ci sorprenderà più di tanto. Anche perché non ci sarà allora nemmeno il tempo d’un po’ di meraviglia, seppure terrorizzata. E senza neanche la soddisfazione di vedere incenerire insieme a noi anche loro, quelli che la guerra la scatenano, e dopo averla scatenata cercano di mantenerla viva ad ogni costo. Il nostro costo, come di routine.
Loro intanto – un bel po’ di loro – saranno magari già volati su altri pianeti a programmare nuove tabule rase anche lassù.

Qui in Italia però – menomale – l’avvento del buovo governo di fascisti. Non tutti, per carità, e qualcuno magari solo postfascista o neofascista o come altro si chiamino i fascisti di oggi. Magari nostalgici soltanto, come certo lo è il nuovo presidente del Senato Ignazio Benito La Russa, un tempo picchiatore nero dichiarato e oggi snon altro appassionato raccoglitore di busti di Mussolini.
O sennò i leghisti e basta, come il Lorenzo Fontana nuovo presidente della Camera, clericale fanatico, antiabortista feroce, omofobo sprezzante e antimmigrati accanito, nonché frequentatore di tant’altra estrema destra d’Europa tutta. Ma messi lì a far da seconda e terza carica dello Stato, bastano già loro due a ben rappresentare il governo nuovo. Loro tre, anzi, Capitanato com’è il governo nuovo da una Giorgia Meloni che con la sua fiamma missina pervicacemente accesa non proviene certo da un’eredità costituzionale antifascista.
Come diceva quel tale, in fondo in fondo – ma molto in fondo – i fascisti non cambiano mai.

[di Mario Cardinali – tratta da Il Vernacoliere]