14 Giugno 2024
Sun

Piero Panattoni, Apparizioni, Helicon Edizioni 2022, pag. 116, € 12,50

 

La poesia è la chiave migliore per conoscere l’animo umano perché con  ogni scelta lessicale e di contenuto si affidano alla pagina e agli altri le proprie emozioni, la propria vita. Per questo servono rispetto e gratitudine a chi svela l’autenticità del proprio essere con la leggerezza della parola poetica, come fa Piero Panattoni nella raccolta Apparizioni, la prima silloge dopo varie pubblicazioni di prosa.

Sono datate 2020 e 2021, anni insoliti e dolorosi che hanno stampato nei nostri occhi e nella mente immagini che vorremmo cancellare. Panattoni non carica i versi di paura e sgomento, ma penetra negli interni, scopre l’uomo dietro ai vetri chiusi mentre spinge lo sguardo fin dove è possibile, ad immaginare la vita che prima scorreva là fuori, gli incontri mancati, le persone irraggiungibili: appaiono come fantasmi leggeri e benevoli nella sua immaginazione fervida che non cede di fronte al dramma surreale, ma alimenta la capacità di andare avanti, curvo sì, ma senza spezzarsi. Resiliente.

Se al dramma della pandemia – quella che ci ha separato dall’amore e aleggia tra i versi come ospite indesiderata,” – si aggiungono anche problemi di salute, allora dalle liriche di questa raccolta dovrebbero tracimare solo lacrime.

Ma Panattoni ha una ironia leggera con cui guarda se stesso e gli eventi. Lungi dall’assumere toni di accorato lamento, si piega come un fuscello, con umiltà, aspettando il fluire e/o finire degli eventi: “Ma questa volta è fatta/con un rumore forte di ambulanze/è arrivato il silenzio delle cose”. Per fortuna gli vanno in aiuto le “fate volanti” che appaiono nei dormiveglia agitati, “donne e bambine dagli abiti verdi,/ballano, ridono, sembrano liete…”.

L’amore è il suo punto di forza, la passione è sempre pronta ad accendersi alla dolcezza di uno sguardo, di una attesa, di una carezza: “Ma ci sei stata, hai dato spessore/dolcezza al rimanente, ai rimanenti”.

Non c’è solo la figura della donna, reale o evocata o rimpianta con nostalgia, a tenere vivo questo amore, ci sono le braccia larghe ad accogliere le figlie delle cui scelte prova il giusto orgoglio paterno, c’è il tempo dedicato ai nipoti che lo fanno tornare bambino e di cui alimenta la fantasia.

Amore è quello per la parola scritta e la poesia – di poesia traboccano anche le sue prose -, quello che può legare due anime sensibili: “Però in un senso ci siamo incontrati,/dentro l’orticello della poesia;/i nostri corpi uniti han generato/un bastardo ineffabile e ridente:/amore, amore l’abbiamo chiamato”.

Di fantasia e curiosità ne ha da vendere Piero Panattoni -che si definisce “lupo solitario e antiquario (da antiquariato) della vita”, sempre “all’inseguimento/del bello e del curioso della vita,/sempre in salita, come la poesia”. Lo dimostra il suo andare in cerca di oggetti del passato che tratta con la stessa cura delle persone care; lo dice il suo sguardo che si accende quando ti mostra e ti racconta un pezzo della sua raccolta; lo dice l’amore per un vecchio orologio a carica manuale che non funziona più ma lui conserva come testimone, con cui riaccende  la fantasia di un piccolino: “O cachiri nonno?”

C’è la consapevolezza del tempo lasciato trascorrere senza coglierne a pieno la ricchezza, quel tempo fitto di scelte, mutamenti, fallimenti, e c’è la volontà di non sprecare quello che resta, anche se ormai sono canuti i capelli rimasti.

Quando si guarda allo specchio vede certamente le trasformazioni e le devastazioni del tempo ed è ben consapevole che l’arco davanti a sé è sempre più corto e la Padrona si avvicina, ma dialoga con la morte e si promette di sfuggirle fin che può, come se fosse una lotta a due o un gioco, e soprattutto la vuol guardare in faccia, perché “non sarebbe serio/dopo tante parole/andarsene nel sonno, da imbecilli”. Vorrebbe “partire con le gambe ancora sane/per un nuovo viaggio all’avventura/ senza illusioni né fede né paura”. Comunque la vita lo chiama ed ogni giorno è un dono meraviglioso: “Alba lavoro donna/tra gli alberi sole e cuore/urlano di gioia”.

I versi di Panattoni non privilegiano concetti astratti né cercano un registro solo accessibile a chi è abituato alla poesia, ma concretamente esaltano la bellezza e il valore delle cose semplici, degli interni, delle piccole cose -le nugae pascoliane-, dei gesti quotidiani, dei sentimenti profondi, dell’apertura agli altri,  della cura ed attenzione per ogni essere e ogni cosa: “Appartengo alla schiera di persone/che per tirarsi su scrivono giambi/ e che a sera a cena del formaggio/rosicchiano tranquilli anche le croste/ ma delle pere (e non solo di quelle)/contano assorti e ricontano i gambi”

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.