23 Febbraio 2024
Sun

Karin Boye, Kallocaina. Il siero della verità, Iperborea 2023, pag. 256, € 17,50, traduzione di Barbara Alinei, postfazione di Vincenzo Latronico

 

Scritto nel 1940, un anno prima della morte – Karin Boye è nata nel 1900 a Göteborg – Kallocaina è il più noto dei suoi romanzi: tratta una realtà immaginata del futuro che non vorremmo mai esistesse, benché possibile sulla base di aspetti che riscontriamo nel presente, negativi.

La società di Kallocaina non conosce alcun tipo di libertà, è controllata dall’orecchio e dall’occhio dello Stato anche nella vita privata. Cresciuti in tale sistema autoritario e militarizzato, dove anche i figli appartengono allo Stato che li preleva dalle famiglie a otto anni e permette di incontrare i genitori a giorni e orari stabiliti, nessuno di loro ha mai conosciuto un altro tipo di vita, perciò l’obbedienza e la sottomissione non sono ritenute un peso, ma una forma di sicurezza che lo Stato garantisce.

Il pensiero del lettore va all’antica Sparta dove si viveva una vita intera da soldati, ma allora non esistevano i mezzi di controllo e spionaggio così sofisticati che già nel 1940 immagina la scrittrice. Anche in questo Stato Mondiale tutti sono soldati che ricoprono turni e ruoli vari, secondo le disposizioni dall’alto. La vita familiare è pianificata, un assistente domestico è presente come orecchio e occhio del Potere, la mensa distribuisce pasti per tutti, è vietato esprimere e provare sentimenti di dolore e nostalgia, anche alla partenza dei figli o alla totale separazione da loro.

In questo genere di romanzo la Boye non è stata la prima, se consideriamo Noi del russo Zamajatin, pubblicato in Inglese nel 1924, e Il mondo nuovo di Huxley, del 1933, con la satira del totalitarismo secondo cui nel libero arbitrio sta l’infelicità e sul tema del controllo mentale; seguiti da  1984 di Orwell del 1949, con la visione di uno Stato pianificatore di tutto.

In Kollocaina l’asservimento dei cittadini è tale che loro stessi collaborano con le autorità per svelare chiunque possa essere un traditore, secondo le leggi dello Stato Mondiale. La verità è da perseguire sempre, per questo non ci devono essere segreti e neppure pensieri reconditi che siano di critica o comunque di dubbio. Perché tutti stiano tranquilli si somministrano regolarmente droghe come medicinali indispensabili.

Leo Kall, che lavora nella Città Chimica n. 4, una delle tante che pullulano nel sottosuolo, inventa una soluzione liquida da iniettare in vena, che fa parlare liberamente ed esprimere ogni verità nascosta, addirittura i pensieri ritenuti dannosi allo Stato. Leo è un conservatore rigidissimo, con un credo inattaccabile, capace di intravedere un segno di ribellione e tradimento in un moto di ciglia o in una frase pronunciata con scarsa convinzione. Il suo siero della verità è un’arma potente in mano alla Polizia e la pena di morte attende i traditori. Ma questo non impedisce che qualcuno – e non sono pochi e sono ritenuti pazzi – pensi che debba esistere una dimensione diversa: magari l’hanno conosciuta coloro che vivono nascosti nelle caverne delle Terre Deserte, sopravvissuti a quella gente “antica e incivile” di tanto tempo prima, sterminata col gas.

Questa che si chiama civiltà ha un totale disprezzo della vita umana, anche se proclama di difendere tutti: l’individuo è cancellato, esiste solo la dimensione collettiva; si aumenta il numero di cavie umane su cui sperimentare ogni scoperta, compresa la kollocaina, cavie ridotte a stracci per le conseguenze degli esperimenti, ma che scelgono quella funzione come un lavoro per il bene dello Stato.

Una sottomissione e una schiavitù tali devono prima o poi mostrare qualche falla. Ed anche nei più rigidi, ridotti dallo Stato a macchine obbedienti e possibilmente non pensanti, si fa strada il dubbio, con il riconoscere che l’amore, i sentimenti individuali, l’aspirazione alla libertà, sono una ricchezza. Nessun regime totalitario li potrà mai cancellare, e anche se qualche generazione lontana nel futuro non avrà potuto conoscerli, senza dubbio ci sarà la nostalgia di qualcosa di ignoto e diverso. E si cercherà.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.