16 Luglio 2024
Sun

Rosa Liksom, Al di là del fiume, Iperborea 2023, pag. 286, € 18,00, traduzione dal finlandese di Delfina Sessa.

 

La voce narrante è una ragazzina di tredici anni che parte con l’amica Katri. “Ora voi prendete le mucche, vi mettete subito in marcia e attraversate il fiume verso Occidente” ha detto suo padre tornato dal fronte per un breve congedo. La madre incinta e uno zio sono partiti su un camioncino, con l’accordo di incontrarsi di là.

In assenza degli adulti impegnati al fronte, un’enorme colonna di bambini, vecchi, malati, donne, si muove verso ovest, verso la Svezia, oltre “Il Fiume”, il Torne. Portano con sé le loro mandrie, a guidarle ci sono ragazzini

Il cane abbaia nel tentativo inutile di seguirli, la casa è abbandonata con tutti i segni di vita racchiusi dentro, le mucche avanzano spaventate; la colonna di persone e animali si ingrossa a ogni bivio. Passano camionette finlandesi con giovanissime reclute, ragazzini persi in uniformi troppo grandi; si incontrano tedeschi che fanno saltare i pali dell’elettricità.

Alla fine della “guerra d’inverno” russo finlandese -dal novembre ’39 al marzo ’40 -la Finlandia dovette cedere all’URSS il 10% del territorio e parte della Carelia; poi con la “guerra di continuazione fu a fianco della Germania e delle potenze dell’Asse contro i Sovietici, dal ’41 al ’44. Con l’armistizio firmato dalla Finlandia con Mosca il 19 settembre 1944, che accettava l’indipendenza della Paese, si dovevano cacciare dalla Lapponia oltre 200.000 tedeschi che erano stati “fratelli in armi”. La ritirata era già cominciata secondo un piano segreto stabilito con i finlandesi, senonché Stalin, scoperto l’accordo, costrinse il capo dell’esercito finlandese a sferrare un attacco a sorpresa contro i tedeschi, che si ritirarono lasciando sangue e distruzione.

Per mettere al sicura la popolazione all’inizio di settembre 1944 fu emanato un ordine di evacuazione di una vasta aerea lappone occupata dalle forze tedesche.

Giorni e notti di cammino, nel freddo, nella pioggia, nella neve, a dormire all’aperto, a tenersi caldo tra animali e umani, stremati dalla fatica e dalla fame, con le mucche da mungere, i vitellini da sfamare, alla ricerca di erba da far brucare lungo il percorso. Qualche mucca ha le zampe insanguinate, lo sguardo implorante, le mammelle si graffiano contro i rami caduti. Ma i giovani mandriani procedono uniti come una cosa sola e un unico obiettivo. Al Fiume c’è una bolgia di animali e persone, la corrente ostacola il battello che va avanti e indietro per svuotare la riva finlandese. Impossibile pensare a dove e come ritrovare la madre e lo zio.

Le mucche muggiscono atterrite anche quando il battello è sulla sponda opposta. Sono come una famiglia di cui prendersi cura, ciascuna con il proprio carattere, il proprio nome, ciascuna bisognosa di qualche parola buona all’orecchio, di incoraggiamento, di carezze sul collo. Di consolazione se un vitellino muore.

Sulla sponda svedese, quell’ovest di salvezza e di pace, i rifugiati hanno un passaporto provvisorio in attesa che la guerra a casa loro finisca, vengono sfamati, esaminati, lavati: “Dovevamo camminare in fila nel tunnel formato dai soldati, che tenevano un secchio in una mano e un grosso mestolo nell’altra e ci scaraventavano addosso l’acqua mentre passavamo”. Ricevono vestiti puliti e caldi.

Poi si dirigono a nord, i mandriani con le mandrie di due villaggi e di quattordici fattorie, perché quelli sono gli ordini. Le sofferenze del percorso non diminuiscono, rare le case dove fare sosta, le mucche dimagriscono, qualcuna muore, impossibile fare di più, il dolore unisce animali e umani.

Torneranno a guerra finita dopo innumerevoli traversie e incontri, col permesso di rimpatrio, riattraversando il fiume, svuotati di numero e di forze. Avanzano tra le macerie e i terreni minati, con le privazioni, le fatiche, il dolore impressi nel corpo e nella mente, e con l’illusione di ritrovare in piedi la propria casa. Tornano con una consapevolezza diversa, divenuti grandi in poche stagioni, capaci di un severo giudizio critico.

Un romanzo che cattura il lettore quello di Rosa Liksom, con un ritmo narrativo che segue il passo degli animali e dei mandriani, in un esodo che evoca immagini bibliche e allo stesso tempo ci immerge nel fascino del paesaggio del Nord, con la luce che fa scintillare il ghiaccio, con i silenzi attraversati dai muggiti, dal calpestio degli zoccoli e dal passo stanco degli umani. La disperazione non ha il sopravvento nemmeno nei momenti più difficili grazie alla fame di vita di questi giovani protagonisti, intanto la riflessione si fa più profonda davanti alle bellezze e al mistero del creato.

Un romanzo attualissimo nonostante la distanza dei fatti nel tempo, ora che è costante la fuga di persone verso l’ovest del mondo, o dal sud al nord, in cerca di rifugio e di salvezza dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla violenza dei regimi totalitari, dalla mancanza assoluta di prospettive di vita, dalla fame. Ma oggi scende troppo presto il silenzio sui bisogni dei popoli in fuga e soprattutto sulle tragedie che spingono a fuggire.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.