3 Marzo 2024
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Giuseppe Lupo, Gli anni del nostro incanto, Feltrinelli 2019, pp. 156

«A mio padre non dispiaceva farsi considerare sovietico, anzi lo dava per acquisito e il poco tempo che aveva da leggere lo dedicava a qualsiasi cosa avesse a che fare con il mondo comunista. Sicché non suscitò più di tanto meraviglia quando una sera tornò a casa con un pacchetto e lo poggiò al centro del tavolo. Mia madre smise di cucinare e si avvicinò incuriosita: che è successo, Louis? Era successo che il suo Louis aveva sentito parlare di un libro che andava per la maggiore, dove un uomo di nome Yuri, medico non astronauta, s’innamorava di un’altra donna al tempo della rivolta contro gli zar e non sapeva da che parte schierarsi, se per gli zar o per la rivolta, però non era un traditore accidenti, era una persona pulita, uno che voleva bene al mondo e in guerra aveva salvato non so quanti cristi».

A tal punto la madre (questa entità sconosciuta che viene chiamata Regina) intende chiamare la figlia Lara e lei stessa sarà la Lara-Madre di questa storia che non riguarda il mondo dei libri e nemmeno quello della politica: riguarda la vita!

Giuseppe Lupo in questo suo Gli anni del nostro incanto traccia un percorso emozionalmente emozionale della storia (e della vita) di una famiglia vista nello specchio della memoria a sua volta intra-vista attraverso il prisma capovolto di una fotografia – che ritrae proprio quella famiglia.
Il padre Louis proviene da un qualche posto che sta al Sud dello Stivale (altra entità sconosciuta); la coppia ha due figli: Bartolomeo detto l’Indiano e Vittoria che detta – sul giaciglio di Regina che ha perso la memoria (entità invece conosciuta di questo bel libro) il tragitto/percorso obbligato – lungo gli assi della storia d’Italia ma anche del Pianeta – di una possibile guarigione/redenzione che si gioca – così come si giocano quell’anno, il 1982, i mondiali di calcio in Spagna – tutta sul filo del ricordo ma anche del racconto ma anche della vita stessa. Lupo è bravo a dipanare una matassa che non è intricata: è delicata. La madre giace in un letto d’ospedale, Louis è morto di ictus, l’Indiano – che aveva scelto la carriera da seminarista diventa adesso un terrorista – e Vittoria … Vittoria, attraverso l’immagine di una fotografia apparsa su Goia racconta (per farle svegliare la memoria) gli anni sessanta di questo Paese, poi quelli Settanta, poi il principio degli «anni di plastica» – che saranno gli Ottanta.

In questo prisma riverbera una piramide da «Come eravamo» nella quale la base è costituita da «Con Api si vola», «Ava come lava», Stock 84, le «Nazionali senza filtro» (ma saranno state d’importazione o d’esportazione?) quelle col pacchetto bianco e blu, una «bottiglia di Peroni», «metti una tigre nel motore» della benzina Esso, «i pezzi del Meccano», «Cicciobello» e «Calimero» (della «Mira Lanza») e anche se nel libro non sono citati potremmo anche aggiungere «i punti» della stessa Mira Lanza; l’apice della piramide è dato da questa citazione che compare nel libro: «”Adesso ho capito che ci siamo venuti a fare, io e te, qui a Milano”».
Mamma seguiva a malapena il filo, sopportava, pazientava. “Proprio vuoi saperlo, Regina?”. “Son qui, Louis” rispondeva mia madre. Mio  padre cercava la solennità. Si fermava, aspettava che mia madre sospendesse il respiro per ascoltare. “ Proprio vuoi saperlo?”. “Son qui”, ripeteva mia madre. E mio padre alzava il braccio, come quando stava per pronunciare parole eroiche: “Siamo venuti a Milano per essere all’altezza di questi anni. Tu capisci? All’altezza di questi anni»: questo libro di Giuseppe Lupo è una ferita.

Anzi, il libro di Lupo non lo è ma la storia che vi si racconta è la storia di una ferita. Lara-Madre-Regina s’innamora di un uomo che sarà destinato a non sopravvivergli; e le mille cose non dette; le emozioni rattenute: «Nato per essere una festa da affidare ai segreti delle nostre intenzioni, quel giorno è stato come sentirci allo scoperto, nel pieno di quegli anni che su Gioia sono definiti felici e che, se papà fosse stato vivo, avrebbe chiamato anni alti: la famosa età sbarluscenta che abbiamo attraversato a bocca aperta, adulti e bambini, carichi di meraviglia e con il vento a riempirci la gola».

Al punto d’incontro di tutte queste storie (che forse sono un’unica storia: i nostri anni, «l’inconscio collettivo» di Jung, ma anche «La bomba a due passi dal Duomo», «Ricordo come fosse ora l’inverno che ci portò due notizie contrastanti: Luigi Tenco che si era sparato un colpo di pistola al Festival di Sanremo e Nino Benvenuti che doveva salire sul ring contro Emile Griffith», ma anche «Yuri Gagarin che aveva girato intorno alla Terra dentro un aggeggio non più grande di una lavatrice») ci sta un sostantivo maschile: l’ «incanto» (che dà il titolo anche al libro).

Questo «incanto» è costituito da una quadruplice memoria: quella che perde la madre, quella usata da Vittoria per raccontare alla madre del suo passato, la memoria stessa (che è il vero motore di tutto il libro) e la madre stessa (memoria smemorata di una vita racchiusa adesso dentro l’«ovatta»).
Questa «quadruplice memoria» diventa narrazione, racconto, letteratura (finalmente siamo di fronte a un libro che fa letteratura!) ma anche, e nello stesso tempo: farmaco e veleno: malattia e cura. Giuseppe Lupo sa dare valore ai momenti, alle situazioni, alla ferita che sta raccontando – e che non è solo quella di un figlio maschio che nessuno è stato in grado di capire o di un padre rispetto al quale Lupo osserva che della «differenza» con la madre «Anche i ciechi si sarebbero accorti: lui un po’ rude e spaccone, lei cittadina dalle unghie smaltate e con un mestiere di parrucchiera già avviato.
Perciò aveva deciso di chiamare Louis  suo marito Luigi e Indiano il loro primogenito, mio fratello, che era stato segnato all’anagrafe con il nome del nonno paterno, rimasto per tanto tempo ignoto al palazzo dove abitavamo» – ma anche alle «emozioni» (Aristotele diceva che davanti a una situazione noi proviamo «un’affezione» che ci fa dare «valore» – positivo o negativo – a quello che stiamo vivendo) che via via contornano la «narrazione» di Vittoria al capezzale della madre.
Cos’è questa «ferita» dunque?

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.