di - 2 marzo 2018

Chissà quale miscela dal “mortaio” dell’urna elettorale

Mai come per le elezioni di domenica prossima, il mestiere di sondaggista presenta difficoltà e limiti. Sull’esito di quel voto, infatti, pesano almeno sei variabili assai incerte: tre attori (giovani, meridione, astenuti) e tre stati d’animo (rabbia, disincanto, fiducia). La miscela di quelle variabili, la loro diversa gradazione produrrà il risultato elettorale del prossimo lunedì, anche se -visto il pessimo sistema elettorale- non è chiaro di quale lunedì. Ma proviamo ad accennare a qualche caratteristica di quelle variabili. I giovano sono stati, ancora una volta, gli interlocutori marginali di questa campagna elettorale. Non protagonisti, ma, al limite, oggetto di qualche citazione o buon proposito. E’ quindi difficile prevedere come voterà quel pezzo di popolo che si misura con una scuola spesso inadeguata (strutturalmente e qualitativamente), che trova lavoro con difficoltà e, quando lo trova, deve quasi sempre arrangiarsi con contratti a termine, brevi, brevissimi e mal pagati, che è soggetto marginale nello scenario sociale e politico.

Il meridione, invece, ha conosciuto una profonda modificazione nel suo rapporto con la politica. Con la prima Repubblica funzionava uno scambio fra inefficienza dello Stato, inadeguatezza dei servizi pubblici e clientelismo. La politica sceglieva i suoi referenti sul territorio, spesso venendo a patti con poteri opachi o clientelari, malavitosi. Con la fine dei partiti tradizionali, il rapporto si è ribaltato, quasi sempre sono i soggetti opachi che “occupano” le forze politiche, scegliendo gli interlocutori di turno, senza più “fedeltà” o preferenze ideologiche, ma cambiando con disinvoltura gli interlocutori politici. Dall’altra parte, poi, ci sono i “masanielli” che solleticano l’orgoglio meridionale, invocando cambiamenti verso il rapporto con lo Stato centrale, aprendo vertenze che, però, al centro hanno sempre la richiesta di altre risorse pubbliche. Proprio il continuo sollecitare altri investimenti di risorse pubbliche, costituisce il punto di incontro di quasi tutta la classe dirigente del meridione. Di contro, l’inefficienza della macchina pubblica resta sostanzialmente immutata, qualunque forza politica governi o abbia governato. C’è ovviamente un pezzo di politica e di società -temo non maggioritaria- che cerca una via diversa allo sviluppo di quel pezzo di paese, invocando opportunità prima che soldi, efficienza e regole prima che clientele, che si sforza di essere protagonista attiva nella ricerca di una crescita diversa ed autonoma, ottenendo anche risultati importanti, i cui effetti sul voto di domenica però sono assai incerti. Il terzo attore di questa incertezza elettorale sono gli astenuti, che sono il punto di caduta degli stati di animo degli altri due attori: la rabbia per un paese che resta diviso da troppe differenze, sociali, territoriali, generazionali; il disincanto per un cambiamento annunciato che però poi si sgonfia come un dolce mal lievitato; la fiducia come tentativo di cogliere qualche segnale positivo per trasformarli in ragioni di impegno in o per la politica.

Lunedì (forse) sapremo come tutto questo si è miscelato nel mortaio dell’urna elettorale.