di - 4 marzo 2018

Anche gli Oscar: “The Shape of Water” (G. Del Toro, USA 2017)

Come qui riportato in un articolo del settembre scorso The Shape of Water aveva vinto l’ultimo Leone d’Oro. Proprio stanotte, la notte delle sconcertanti elezioni politiche italiane, il film del cineasta messicano, da qualche mese nelle sale europee, viene premiato anche con il massimo riconoscimento (almeno per il grande pubblico): l’Oscar quale miglior film, oltre che quale migliore regia, sceneggiatura e colonna sonora.

Questa fiaba sulla diversità, con tratti di genere cinematografico che si sovrappongono (fantasy, spionaggio, pulp, noir, grottesco, d’amore), ha una sinossi apparentemente irricevibile. Siamo a Baltimora nel 1962. Una donna delle pulizie di un centro scientifico-militare americano all’epoca della guerra fredda, costretta da un’invalidità vocale a esprimersi col linguaggio dei segni per muti (Eliza Esposito, interpretata da Sally Hawkins) è collega e amica di una emancipata afroamericana; convive nel privato con Giles (Richard Jenkins), disegnatore più anziano di lei, osteggiato nel lavoro in quanto gay. Entrambi questi personaggi hanno un ruolo centrale nella struttura del racconto. Nel laboratorio, è trattenuto dopo la cattura in appositi contenitori un essere anfibio, dalla complessione maschile, inquietante e disgustoso per quasi tutti noi: gli occhi sporgenti e rientranti, interamente squamato, luminiscente come certe creature marine, dotato di forza sovrumana. Eppure venerato come una divinità in Amazzonia, dove era stato preso. Sia gli americani sia i sovietici, alcuni dei quali sono infiltrati a Baltimora, sono incerti su quale sorte riservare a questo mostro: il soggetto sembrerebbe prestarsi a esperimenti scientifici utili alla causa (tipo la vivisezione, a cui pensa il colonnello Strickland, il cattivo del film: Michael Shannon) ma alcuni vorrebbero riservargli ben altra sorte. Guardato con senso di fastidio fisico e timore da tutti, ma avvicinato con curiosa tenerezza da Eliza, l’umanoide è in grado di imitare, dà segni di intelligenza, risponde con affetto a chi gli si rivela gentile. Eliza sviluppa verso di lui un’attenzione progressiva e quando viene a sapere che lo si vuole eliminare riesce a portarlo a casa propria, poche misere stanze, una vasca da bagno. Desidererebbe averlo per sé, ma anche vedendone il peggioramento delle condizioni a causa dell’habitat inadeguato diventa consapevole che dovrà liberarlo, e allo scopo individua un giorno di ottobre in cui le piogge torrenziali dovrebbero favorirne la fuga nel fiume. Nella casa, il rapporto tra l’anfibio e Eliza sfocia nella passione. Elementi drammatici della vicenda, connessi con le dinamiche legate alla guerra fredda, porteranno alla sublimazione della loro storia, come in un mito, nei fondali del fiume (il Patapsco?).

L’acqua non è mai limpida nel film: è torba, stagnante, scura, oltre che piena di alghe. Del resto, un’altra caratteristica della pellicola di Del Toro (già autore del celebrato Il labirinto del fauno, 2006) è data dalla quasi totale assenza della luce del giorno: le scene in cui la luminosità investe lo schermo è sempre una luminosità artificiale, quella del neon degli interni della centrale americana. Cosa rappresenta l’anfibio in questo film? E come può la donna priva di voce esserne attratta, persino concedendosi a quell’essere ripugnante? Naturalmente, oltre che una variante sul tema fiabesco de La bella e la bestia, c’è il sogno e l’allegoria in tutto questo. Ma una spiegazione potrebbe essere una solidarietà ai limiti dell’identificazione di una donna sola e sofferente verso un altro essere vivente solo e sofferente: sono entrambi impossibilitati a uscire dalle loro disgraziate situazioni. Un merito la capacità del film di trascinare lo spettatore in una dimensione semi-mitica e sentimentale, rompendo completamente i lacci costituiti dalla trama, dalle violenze, dalle brutture del mondo reale. Si è parlato di cinema gotico, del regista messicano che andrebbe sulla strada del grande Tim Burton (o meglio, bravo: grande, solo in Big Fish). E’ insomma un film non scontato che ti prende senza che se ne possa dare una motivazione univoca. Forse la risposta sta semplicemente in questa dichiarazione del regista a proposito del titolo: “L’acqua prende la forma di ciò che contiene, ma malgrado la sua apparente inerzia, è la forza più potente e flessibile dell’universo. Non accade lo stesso con l’amore? Qualunque sia la forma assunta dall’oggetto del nostro amore – uomo, donna, altro essere vivente – l’amore vi si adatta”