20 Giugno 2024
Words

Il potere dell’estremo oriente e la flotta cinese

Come si articola oggi il soft power delle potenze filoamericane nell’Estremo Oriente? I media italiani, persi nelle cronache e nell’estenuante diario ucraino, non si sono accorti di questa battaglia che si gioca per il prestigio e l’influenza in Estremo Oriente. A malapena ci si è resi conto di cosa abbia significato, pochi mesi fa, il ritemprato accordo militare tra Regno Unito e Giappone. Figurarsi se si è preso nota degli investimenti in Estremo Oriente e perché no, dell’espansione militare cinese in quei mari. Lo vedremo qui brevemente.

La Tailandia è attraversata da due corridoi economici, il primo la taglia da ovest a est e il secondo si snoda nel settore meridionale del Paese. In Tailandia recentemente il Giappone ha avviato la costituzione dei collegi Toyota per ingegneri, e nel solo luglio 2022 la giapponese Asean Infrastructure vi ha stanziato 3.8 bilioni di dollari, a fronte di investimenti cinesi enormemente maggiori e pari a 100 bilioni. (Fonte Fitch solutions)

A giugno 2022 si è registrato un investimento per 1 milione di dollari (circa 38.8 bilioni di baht) nel corridoio EEC, Eastern Economic Corridor, e quindi pari al 46% degli investimenti totali. Sempre il Giappone poi, con Tekken costruisce strade in Cambogia e investe nel porto Sihanoukville.

Intanto notiamo che il pericolo giallo è registrato con cura dai media americani. La CNN vi dedica molti programmi e approfondimenti, anche con voci autorevoli, come per esempio quella di Stephen Nagy. Persino la tedesca Deutsche Welle recentemente ha ripreso il discorso dell’incuneamento artico della Cina, per dimezzare i tempi di percorrenza rispetto ai classici canali dell’Oceano indiano e di Suez. È la via della seta polare a cui Pompeo ha messo il veto negli ultimi fuochi dell’amministrazione Trump.
Più a nord la Danang Hitach Park si è affermata come la Silicon Valley del pacifico. Situata in Vietnam e fondata nel 2010, ha 383 progetti interni per 1.2 bilioni di dollari; 131 progetti esteri per 2 bilioni e di questi 52 esclusivamente giapponesi per 700 milioni di dollari. Qui la multinazionale giapponese Murata vi produce i capacitor ceramici multilayer. Inutile dire che in questo quadrante si gioca l’approvvigionamento della radice economica del potere per il prossimo ventennio, e non per un futuro lontano.
Anche qui, si trova nei media molta retorica, molte sterpaglie disinformative. È bene ricordare invece che risale ormai a 9 anni fa, al 2014 la partnership strategica comprensiva tra Giappone e Vietnam, poi rafforzata nel 2020. Utilissime considerazioni si leggono nell’articolo del 1 marzo 2023 del CSIS firmato da Allen e Benson (
https://www.csis.org/analysis/clues-us-dutch-japanese-semiconductor-export-controls-deal-are-hiding-plain-sight). Senza dimenticare, e qui i dettagli sono diabolici, che proprio nelle acque vietnamite i cinesi conducono proditoriamente la loro pesca illegale. Non serve un genio ma un lettore di romanzi, pesco a caso “Stella polare” di Cruz Smith, per valutare sommariamente come il confine tra pesca, marina e spionaggio sia storicamente e costituzionalmente assai labile.
Veniamo allora alla flotta cinese. Si è fatto un gran parlare, un gran clamore mediatico anche in Italia l’estate scorsa, per forza di cose, in concomitanza con la visita di Nancy Pelosi a Taiwan. Ma è stato lungo il percorso per arrivarvi. Intanto qualche nozione di storia è utile per cogliere in pieno la fallacia della rivendicazione cinese comunista su Taiwan (vedere lo storico olandese van de Wees come ne scrive con tutti i crismi: https://thediplomat.com/2022/05/when-the-ccp-thought-taiwan-should-be-independent/).
Già, ma dove erano arrivati i missili cinesi che avevamo visto in televisione in quell’occasione della visita di Pelosi? Lanciati da tre basi di terra, solo tre su nove sono rimasti entro i confini delle strette acque nazionali, e ben 4 hanno superato l’isola di Taiwan. Quelli lanciati da più lontano arrivavano dalla base 61 di Ganzhou della Brigata 616. Quelli della base a nord sono anche quelli arrivati più lontano partendo da Jinhua, della brigata 617.
E il budget della difesa cinese? È in netta crescita. Le stime per il 2021 sono ipotetiche e, come diceva il compianto professor Giaconi ampliando Churchill, “la Cina è un enigma avvolto dal mistero, ben più dell’Unione Sovietica”. Già perché per il 2021 le stime riprese da un vecchio esperto della materia, Jim Fanell che si basa sul Global Times per il National People Congress, danno 1350 bilioni di yuan. Per il 2020 erano 1268 bilioni, per il 2019 invece 1189,87 bilioni, per il 2018 infine 106,95 bilioni e così via a scalare. Da quando l’occidente ha dovuto conoscere Xi Jinping nel 2012 ne sono passati di yuan dai porti degli armatori cinesi: il budget per la difesa di quell’anno era di 670,27 bilioni di yuan. Anche qui, ne sono trascorsi di anni da quando nel 2000 la Cina aveva solo 300 missili balistici, 15 vascelli da superficie, 4 sottomarini e nemmeno 50 aerei strike fighter. Altre epoche.
Ma fisicamente dove si trova la flotta cinese? Nella baia di Jiangan, a mezza costa tra Taiwan e Corea. La capacità di questo porto militare è pari grossomodo a quella di 7 strutture analoghe americane, tanto è vero che poi la Cina  complessivamente ne ha 19 e gli Stati Uniti 7. Anche qui, ne è trascorso di tempo da quando nel 2015 Xi Jinping faceva notare che non vi erano scopi militari sottesi all’occupazione delle isole Spratly nei mari cinesi del sud: Fiery Cross, Suby e Michief. La maggiore misura quasi 4 miglia, le altre poco meno di 2 miglia e ve ne sono altre 4 minori.
La Cina intende quindi chiudere il triangolo passando dall’isola Woody più a sud verso le Spratly e ricollegandosi alle Filippine tramite il banco dello Scarborough. Ma non suoni retorica, a questo punto si troverà gli Stati Uniti davanti. E in quel punto non ci saranno più tentennamenti, più dubbi su quale dei due schieramenti sia proprio del mondo libero, dell’Europa e dell’Italia. Nonostante anni di analisi rese poco acute, anche quelle dei nostri migliori, per efficace proiezione di immagine da parte della Cina (cfr. https://gnosis.aisi.gov.it/gnosis/Rivista16.nsf/ServNavig/9).