26 Maggio 2024
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Elena Baldoni, Il coraggio della perfezione. Sulla poesia di Cristina Campo, Metauro Edizioni 2023, pag. 204, € 20,00.

Una approfondita analisi della produzione poetica di Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo (1923-1977), è quella realizzata nel centenario della nascita della poetessa da Elena Baldoni, che ci guida nel privato della vita di lei, evidenziando il connubio sempre presente tra la vita e la scrittura.

Nata a Bologna ma fiorentina poi romana di adozione, Cristina Campo “è stata saggista, poetessa, traduttrice, critico letterario e autrice di splendide lettere” – tra cui le lettere a Mita, l’amica Margherita Pieracci Harwell.

A causa di un problema di deformazione cardiaca che le impedisce presto di frequentare la scuola pubblica, studia a casa dedicandosi molto alla letteratura straniera; legge le fiabe, la Bibbia, Le Mille e una notte, si avvicina tardi alla poesia italiana del ‘900. A Firenze nel periodo postbellico della neoavanguardia, lei, schiva e riservata, legata sentimentalmente a Leone Traverso, tratta argomenti elitari, quali la fiaba, il destino, la perfezione, e pubblica sotto falso nome. Leone Traverso è importante per la sua apertura alla letteratura tedesca.

Bisogna arrivare al 1991 per l’edizione adelphiana de La tigre assenza, che racchiude le raccolte di Cristina Campo: Passo d’addio, Quadernetto e Poesie sparse, oltre alle traduzioni dei poeti.

Nelle undici poesie di Passo d’addio, che risalgono al ’54-55, prende distacco dalle debolezze e dalle passioni dell’adolescenza, dal mondo a cui non sente più di appartenere. Mentre si va logorando il rapporto con Traverso, la conoscenza di Mario Luzi si trasforma in un amore impossibile: “Moriremo lontani. Sarà molto / se poserò la guancia sul tuo palmo / a Capodanno”.

C’è un addio alle illusioni, al “vapore passionale” della gioventù: “T’insegnerò, anima mia, / questo passo d’addio”. In questa scelta arriva a bruciare addirittura una grande quantità di lettere anteriori al ’57: “Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere / inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa; /ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni, / riconduca la vita a mezzanotte”.

Il trasferimento a Roma nell’autunno del ’55, dove il padre era stato chiamato a dirigere il Conservatorio di Santa Cecilia, pone fine alla stagione di Firenze, città amata della giovinezza: “Si ripiegano i bianchi abiti estivi / e tu discendi sulla meridiana / dolce Ottobre, e sui nidi. / Trema l’ultimo canto nelle altane /dove sole era l’ombra ed ombra il sole / tra gli affanni sopiti. /E mentre indugia tiepida la rosa /l’amara bacca già stilla il sapore /dei sorridenti addii”. Una poesia che cerca immagini concrete e si arricchisce di elementi naturali carichi di bellezza, attenta alla corrispondenza perfetta tra forma e contenuto.

Già in Passo d’addio c’è tensione verso il divino, quella che sarà prevalente nell’ultima produzione di poesia liturgica: perfezione, bellezza, Dio, sono riferimenti costanti della sua ricerca poetica e delle sue lettere.

Il periodo romano vede un silenzio poetico che si rompe solo nel ’69, dopo un decennio in cui la Campo insegue mutamenti stilistici e tematici, con la volontà di abbandonare quelli che lei ritiene i preziosi estetismi della prima produzione, “l’oreficeria”. Intanto da Ezra Pound accoglie l’invito alla “concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che si intende col minor numero di parole e le più chiare”.

Quello romano è il periodo della morte dei genitori, dell’incontro con Elèmire Zolla, della riforma della chiesa cattolica che porta l’eliminazione della messa in latino, a cui lei si oppone tenacemente.

“Cose nuove” persegue in quella solitudine romana, dove la realtà circostante le appare angosciante e paurosa, quando non si sente in grado di sopportare “il peso oscuro delle cose” e se ne allontana “oltre il tempo e oltre l’angolo”. I simboli si caricano di negatività: lame, taglio sangue, ghigliottina, sono parole che alludono allo smarrimento: “Tu nel vergine spazio dove si cullano /isole negligenti / io nel terrore /dei lillà, in una vampa di tortore, / sulla mite, domestica strada della follia”.

Ha inizio un procedimento di scomparsa dell’io, tesa verso quella perfezione interiore che lei ritiene indispensabile per raggiungere la perfezione stilistica. Percorre un cammino verso la luce, come scrive nel suo carteggio con Mita.

La traduzione di Williams Carlos Williams nel ’59 la porta a cercare un ritmo più moderno, il “ritmo del blues”, la musicalità e non il conteggio delle sillabe. La traduzione di Eliot le fa incastonare nel discorso tracce di pensiero altrui: “Cosa proibita, scura è la primavera” scrive in Elegia di Portland road, con chiaro rimando all’eliotiano “Aprile è il più crudele dei mesi”. Facendo suo il pensiero di Simone Weil, sente l’anima “vulnerabile alle ferite di ogni carne” e si impegna nel sociale.

L’incontro col divino si realizza dopo la morte dei genitori con una vera conversione, quando approfondisce la letteratura mistica e vive quasi in stato contemplativo, mentre i cambiamenti in atto nel rito cattolico la tormentano.

 

Questa situazione esistenziale è presente, nel ’69, in Missa romana e Tigre assenza, dove l’io scompare dietro il simbolo: “Ahi che la Tigre, / la Tigre Assenza, / o amati, /ha tutto divorato / di questo volto rivolto / a voi! La bocca sola / pura / prega ancora / voi: di pregare ancora / perché la Tigre Assenza, / o amati, /non divori la bocca / e la preghiera…”

Persegue la ricerca della Bellezza, della perfezione – che non è altro che Dio – nel suo avvicinamento al rito bizantino: il rito assurge a valore assoluto, mantiene il mistero che la chiesa cattolica ha cancellato, la Bellezza diventa teologica, e “attraverso la poesia liturgica renderà a Dio il lusso e lo sfarzo che solo a lui competono”. Le poesie liturgiche sono pubblicate nel ’77 dopo la sua morte.

Il linguaggio salmodico delle ripetizioni, lontano dalla delicatezza della prima sua produzione, crea un’atmosfera lievemente barocca; qui il simbolismo da individuale diventa universale, in un congiungimento tra poesia e preghiera: “Uno a uno vengono accesi i volti /alle radici millenarie / della selva d’icone / per fare di giorno notte, / neve e stelle, / per far della tenebra rose / -più che rugiada trasparenti rose”.

La Campo non arriva ad un incontro con la realtà sovrannaturale, chiarisce la Baldoni, ma alla intuizione di una presenza luminosa racchiusa nelle cose terrene: il grande nel piccolo, l’infinito nel finito.

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.