20 Giugno 2024
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Fratelli di Arbasino

Definizione di rimpianto: «Ricordo dolente e nostalgico di qualcuno o qualcosa che si è perduto». Ma anche: «Doloroso rammarico specie per qualcosa che non si è fatto». E se questo doloroso ricordo e questo doloroso rammarico fossero stavolta non per una persona particolare e nemmeno per una cosa, ma per l’avventura?

Definizione di avventura: «Avvenimento insolito, emozionante o imprevisto». Questo avvenimento insolito potrebbe, a questo punto, anche essere un romanzo che non c’è, una cultura italiana che se ne va in frantumi, una strada letteraria da prendere e che nessuno riesce a trovare. Alberto Arbasino, nel suo monumentale Fratelli d’Italia (Adelphi, Milano, 1993 – romanzo scritto per la prima volta nel 1963, riveduto nel 1967 e poi ancora nel 1991) ci introduce lungo un cammino preciso. Evidentemente in un certo momento storico, in Italia (il luogo è importante!) si è venuta a creare quella che il filosofo francese Guy Debord chiamava una “situazione” (non alternativa al sistema corrente delle cose, come amavano raffigurare questo concetto, appunto i situazionisti) precisa: non era più possibile alcun romanzo, non c’era narrativa, la letteratura stagnava e piangeva. Siamo negli anni Sessanta. Occorreva trovare una via d’uscita. La trama di questo romanzo (a suo modo bellissimo e bislacco, troppo lento e troppo audace, dispersivo e ricco di suggestioni formidabili) è praticamente inesistente. Quattro uomini: Klaus, Antonio, Jean-Claude e l’io-narrante chiamato l’Elefante (ma del quale sappiamo anche che è «un amico scrittore» e «incapace di felicità» decidono, gira e volta, di partire per un “viaggio in Italia” (che copre Roma, Napoli, Firenze, Venezia, Mantova, Ferrara, Urbino, Spoleto, Capri, ma il libro percorre anche Londra, Zurigo e alcuni passaggi dalla Spagna) in una «Lunga frenetica estate di selvagge corse e in bande su e giù per la vecchia Penisola». Ma qui ci fermiamo con la presunta trama. L’occasione di scrivere questo romanzo è per Arbasino non la narrazione di storie e intrecci ben determinati e circoscritti ma quella di parlare, discettare, dialogare, sostenere tesi, analizzare il mondo che ha davanti, proporre soluzioni.

Ma forse Fratelli d’Italia (un romanzo che oggi è diventato un partito) non è neanche questo. Bisogna tornare, infatti, al rimpianto. Scrive Arbasino: «Ostacoli anche imbarazzanti davanti alle principali forme di conoscenza? Inclinazioni dell’uomo tanto più numerose e vive quanto egli è più vicino allo stato naturale? O quante più ne impara dalle letterature straniere? Fratelli? Rimpiangere non le cose, ma l’avventura, la vita?». Del resto «Bastava dire: le rose. Bastava dire: le cose?».

È chiaro che questi quattro personaggi partono (in Italia: luogo geografico e perciò concreto e reale) per liberarsi da un rimpianto: quello del mancato avveramento dell’avventura (sia essa sociale, intellettuale, morale, politica eccetera). Questi quattro omosessuali stanno cercando il modo di fare uscire l’Italia dall’impasse nella quale si è venuta a trovare, la letteratura dalle secche di un neorealismo che essi giudicano inconcludente e la cultura (in generale) dalla perdita dei valori e dei punti di riferimento che essi, invece, reputano essenziali. Antonio dovrebbe anche scrivere la sceneggiatura per un filmetto dal titolo L’Italia si chiama Amore. Questo la dice lunga sul gioco di prestigio messo in campo da Alberto Arbasino: la neoavanguardia (che col «Gruppo 63», proprio nell’anno in cui Alberto Arbasino pubblica il suo romanzo, troverà la sua espressione compita in quanto capace di risolvere definitivamente la letteratura e la cultura attraverso un suo “oltrepassamento” in funzione non più della ricerca della verità ma della menzogna – è un titolo di Giorgio Manganelli del 1967), a questo punto si fa pienamente interprete di tutta quella serie di crisi che abbiamo elencato e – attraverso mascheramenti, finzioni, giochi di parole, calambours – propone una via d’uscita tramite un «viaggio in Italia» abbastanza gotico e sgangherato che dovrebbe far liberare dal rimpianto non rispetto a una certa letteratura che non c’è più (sia pure conservatore, Arbasino non è passatista) ma verso quella mancanza d’avventura e di spirito d’avventura che, sempre a suo giudizio: gli uomini di cultura e gli intellettuali non hanno più. Il gioco è fatto! «Lo Stile è il Tema? Decadentismo self-made, e non fin-de-race? Leggerezza e trasparenza: il linguaggio che redime le cose?»; «Sentirsi cresciuti per spingersi lungo strade e avventure nuove; e ritrovarsi – per amor della qualità o potenza del destino – praticamente epigoni di epoche per le quali si aveva una stima tristissima». Che cosa vuole dire?

I “fratelli” (che sono tali solo in virtù del fatto di essere uniti dal rimpianto per l’avventura) adesso sono portati – mediante la penna di Alberto Arbasino – a scrivere il loro romanzo sotto la guida di due elementi: qualità e destino. Cos’è la qualità? La solita che i neoavanguardisti attribuiscono a Carlo Emilio Gadda. «Per Edmund Wilson si sa che i grandi romanzi moderni sono “organismi” completi di apparati e i organi: respiratori, digestivi, genitali (come l’Ulysses)… Ma per Musil, Hofmannsthal, Hesse, la riflessione intellettuale si svolge sotto forma di “luogo geometrico dei destini”, e questi luoghi mentali non sono ancora romanzi?».

Dunque esiste un passaggio dall’Italia (luogo reale) al Castello (dei destini incrociati; opera di Italo Calvino del 1969) che è un luogo mentale. In sostanza, dall’analisi della realtà italiana si passa al prospetto di un romanzo – che è questo Fratelli d’Italia, nel quale la qualità viene rivendicata e il destino è sempre e come sempre il rimanere, comunque, ancorati a una tradizione. Ma la soluzione del Castello non è quella hitlerianamente finale: infatti questo luogo mentale contiene una precisa indicazione concreta per uscire dai mali del Paese. «Ma bastava arrivare fino alla stanga della dogana, due ore di bicicletta da Milano, e pregare un buon contrabbandiere di fare un salto alla più vicina drogheria Bernasconi e comprare, oltre un paio di pacchetti di Camel e ai manoscritti di Marx e al Tractatus di Wittgenstein e a un toblerone per la povera zia Pina a Roma o a Eboli. Anche un po’ di narrativa di Forster, della Compton-Burnett, di Waugh, di Herny Green e magari le cose più importanti di Husserl e Leavis e Auden e Heidegger e Cleant Brooks. Tutte già pubblicate allora, e lì pronte, fin dagli anni Trenta. In quel pacchetto si trovavano già, volendo, quasi tutte le idee ignorate nelle discussioni dei tetri anni Cinquanta, scoperte negli euforici anni Sessanta, e da buttare agli assistenti e agli epigoni  in chissà che misterioso futuro di massa».

Incidentalmente Alberto Arbasino afferma che la soluzione concreta c’era e c’è! Dall’Italia al Castello, alla Svizzera.

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.