20 Giugno 2024
Sun

Massimo Zamboni, Nessuna voce dentro. Un’estate a Berlino Ovest, Einaudi 2017, pag. 200.

Berlino Ovest, luglio 1981. Vi è arrivato in autostop uno studente ventiquattrenne partito da Reggio Emilia: su un rettangolo di cartone ha scritto Brennero, e al casello dell’autostrada un tir carico di mele lo fa salire, direzione Hannover. Viaggio lungo a fianco di un autista logorroico, ma la giovinezza fa sopportare tutto, soprattutto perché lui è spinto da una “strana sensazione di fame inappagata. Per la quale tutto ci manca” anche ai figli del Boom che hanno già tutto, anche ciò che “precede il desiderio senza completarlo, case di soprammobili e cose, il Gran Miracolo dei genitori”. Sa ben poco della meta, ma scopre presto che “Berlino è una palla dentro la DDR, e di questa palla Berlino Est è soltanto uno spicchio”. Cerca un posto in una delle tante case occupate, una Besetzte Haus, dove confluiscono giovani di ogni provenienza, ma si adatterebbe per la prima notte anche a uno spazio vuoto tra due palazzi, con i detriti per terra -scoprirà più tardi che è una casa demolita dalle bombe scaricate da inglesi e americani nel ’44’45. Nella Casa ci sono personaggi strani, capelloni punkettoni che a colazione mangiano bucce di patate bollite; c’è chi attraversa gli spazi comuni in “ciabatte e vestaglia da camera, con un piccone in una mano e un secchio di detriti nell’altra”; c’è il ladro di casa che ruba ai poveri e tiene il malloppo per sé; la bella Andrea carica di colori, di collane, che sorride sempre; c’è la Valeska, unica con un lavoro. E altri che arrivano e ripartono presto da quegli spazi con “una cucina comune, un gran salotto da pranzo, tante camere da letto, con le porte, senza porte, senza serrature”. Tanti ma fondamentalmente soli, alla ricerca della propria identità, a esplorarsi tra loro solo in superficie, senza influire sulla vita degli altri.

Non si toccano le case occupate, non si espropriano gli occupanti: questi costituiscono la Famiglia B- Setzer, come appare sulla targhetta, cioè O’Cupanti. Si fanno concerti e manifestazioni per la salvaguardia delle case occupate, parola d’ordine Tuwat: fa’ qualcosa. “Non si manifesta contro, ma pro. Per noi stessi, in ultima istanza. Perché non siamo in serie, noi […] non ci impressionano le vetrine belle, le boutique di moda, le esibizioni di rango, le auto parcheggiate”. Sono tutti nell’attesa che “si sdogani il cuore antico della città” oltre il Muro.

Il Muro – die Mauer – lentamente prende spazio nei giorni e nella mente, poco distante, con la Torre della Televisione di trecentosessantacinque metri che “fora il Muro, domina il cielo e comanda su tutto”; con una sensazione di paura – Angst – che si sente addosso, che “si percepisce nelle canzoni, nei manifesti, nelle scritte murali”; il Muro che imprigiona, con un “coro di cementi, di palazzi abbandonati con le finestre murate e le finestre inchiodate, su strade fatte per nessuno […] l’unica frequentazione cittadina che mi sia entrata davvero dentro”. E oltre quel Muro “i Vopos trattengono a distanza di decenza quelli dell’Est che arrivano clandestinamente ad ascoltare i suoni” di un concerto nell’Ovest. C’è voglia di ricomposizione nell’aria, si sente l’avvicinarsi dell’inevitabile caduta.

La permanenza a Berlino richiede un lavoro per mantenersi, ed ecco aprirsi la pizzeria di un siciliano, Da Salvo, “avamposto della meridionalità più spermatica e terrosa”, ma è necessario adattarsi perché le idee sono ancora confuse: “la qualifica di studente mi consente di tirarla lunga ancora un po’, permettendomi di cercare altrove qualcosa cui rivolgermi e che ancora mi è totalmente indefinito”.

Romanzo autobiografico questo di Massimo Zamboni, che racchiude lo spirito di un’epoca e di un momento di vita – la giovinezza – in cui tutte le speranze sono ammesse; che fa vedere e vivere le strade di Berlino, porta nella metropolitana che attraversa la zona est dalle stazioni sigillate; fa sentire la notte silenziosa dei vicoli, l’immobile paura degli anziani che tanto hanno visto. Romanzo popolato da una serie di personaggi, i più diversi e i più strani, raccontati con un realismo che sfuma nell’ironia bonaria. Con un incontro finale inaspettato che sarà fondamentale per la vita di Zamboni: si tratta di Giovanni Lindo Ferretti, che farà parte, insieme a Zamboni, del gruppo musicale punk italiano CCCP fedeli alla linea.

 

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.