21 Aprile 2024
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Wlodek Goldkorn, L’asino del Messia, Feltrinelli 2019, pp. 224, 16 euro

L’asino del Messia è un titolo acclarato dal racconto di una vita, ma anche endemico al sentimento dell’autore. Wlodek Goldkorn definisce con questo libro il suo stare nel Mondo.

Scrive all’inizio: “Per me essere di casa è conoscere la lingua e siccome in diverse lingue sono di casa, ho diverse identità. Il mio legame con Israele sta nella meravigliosa bellezza dell’ebraico”. E Israele è il basso continuo di questa narrazione, anche se non ne è protagonista assoluto e risolutivo della storia. Anzi, esso è più il buono e il cattivo insieme, e pure l’antagonista di se stesso.

Mi fa impressione quanto L’asino del Messia abbia, nel suo senso più profondo, delle connessioni fortissime con un altro libro che nulla ha a che vedere con Israele e con gli ebrei, ma che ha molto a che vedere con le identità. Si tratta del romanzo biografico Il saltatore del muro di Peter Schneider, dove si legge: “Dove finisce uno stato e dove inizia l’io? Siamo di nuovo qualcuno. In questa frase disturba quel “di nuovo”. Per diventare finalmente qualcuno bisogna prima essere stati nessuno”. E continua così: “So che falliremo tentando di guarire dalla follia di uno stato, appellandosi a quella dell’altro. A ciò si aggiunga però che questo stato rappresenta soltanto una parte del paese che dovrebbe essere la mia patria”.

 

Siamo nel 1968, l’autore arriva a Tel Aviv (la collina della primavera) dalla Polonia, con i genitori e la sorella. Sono i profughi dell’Europa centrale che piombano nella nuova patria, perché sotto il “Patto di Varsavia” non si sta poi così bene da ebrei e perché dopo la vittoria della guerra dei sei giorni (1967) Israele cerca nuovi abitanti e cittadini per occupare le terre conquistate. In realtà, per un incarico giornalistico del padre in un giornale yiddish di Tel Aviv, la famiglia trova dimora a sud della metropoli israeliana, nel popolare quartiere di Bat Yam e non in qualche villaggio della Trans-Giordania. L’autore scrive: “Per me Israele era un nuovo inizio e non una rivincita per le disgrazie dell’Esilio”. E ancora, esprimendo un giudizio dei suoi primi tempi nella nuova patria, dice che “nella natura stessa di Israele c’è qualcosa che non si piega al conformismo, una pulsione verso l’estremo, una radicale fiducia nella parola, parola intimissima che si fa pubblica…”. È forse questo il passaggio più veritiero, come quello di pagina 89, dove si descrive la posizione di Amos Oz che parla del suo libro sulla conversazione dei combattenti: “Un popolo che per duemila anni è stato bastonato, all’improvviso si trovò in mano un bastone con cui poteva picchiare gli altri. Prova a renderti conto quanto si gode nell’essere forte e poter umiliare l’altro. Noi invece volevamo raccontare che anche una guerra giusta (perché quella del 1967 fu una guerra giusta) è atroce”.

Ma è nel capitolo politico, il capitolo 9, dove si parla di Bauman, Goldman, Hanegbi, Primo Levi, Oz, Pilavsky e del partito Matzpen, che l’autore trova la chiave per interpretare in maniera sintetica, ma autentica ed efficace, il fatto che Israele sia lo Stato necessario. Scrive Goldkorn: “La Nakba [l’esodo, la catastrofe della popolazione araba di Palestina], con tutte le sue atrocità, rientra nel processo di riordinamento di stampo etnico del mondo, avvenuto tra il 1945 e il 1948. […] La Shoah è un’altra cosa: è la catastrofe dell’Occidente, della modernità, della stessa episteme, nel senso che viene reciso il nesso tra causa ed effetto. Ecco perché la ricostruzione dell’Occidente ha implicato la costruzione dello Stato degli ebrei. Senza Israele non c’è Occidente”.

Ecco la cruda verità: senza Israele non c’è Occidente, non ci sarebbe Europa. Non a caso anche il romanziere Milan Kundera scrisse chiaramente che Israele è intrinsecamente legato all’Europa: “Israele appare ai miei occhi – disse Kundera – come il vero cuore dell’Europa, uno strano cuore posto fuori dal corpo”.

E non è un caso che in questo capitolo che ho definito “politico” ci sia un passaggio dove Goldkorn, dopo aver riflettuto sul fatto che adesso anche gli israeliani potrebbero fare uno sforzo per riconoscere le sofferenze che hanno causato a coloro che hanno trasformato in profughi, scrive: “il pentimento è una categoria politica, non solo etica”.

La storia del libro è anche la narrazione delle vicende di un ragazzo di idee solide e velleitarie, di un estremista politico che ha amato la condizione non tanto del borghese nullafacente e tronfio, quanto del flaneur errabondo con stile, la cui capacità di apprendere, di fare sintesi culturale degli insegnamenti, lo poneva nella posizione di colui che stando dentro alle cose sapeva riconoscerle come se contestualmente potesse vederle dall’esterno, questo a un’età in cui generalmente si pensa che l’approssimazione e l’impeto la facciano da padroni. Infatti, pure il suo periodo hippie o più sfaccendato aveva sempre una fonte di nutrimento esplorativa, da indagatore del sociale e delle relazioni storiche e umane.

Nei capitoli 10 e 11 si racconta che cosa sia Gerusalemme per Goldkorn e quante Gerusalemme egli abbia incontrato finora nella sua esistenza. Eppure restano valide oltre a queste dei capitoli appena citati, le parole che descrivono la città santa di pagina 29 (“Gerusalemme è un mito costruito nei secoli, specialmente nel corso dell’Ottocento”) e di pagina 31, dove scrive: “Fin dalle primissime settimane dopo il mio arrivo a Gerusalemme avevo intuito che quel sovrapporsi della memoria e dei luoghi avesse qualcosa di morboso e di artificiale. La morbosità si nutre del posticcio.  Gerusalemme, una Disneyland di Dio…”.

 

Le pagine più belle e intense non sono tuttavia quelle delle memorie della giovinezza. In esse si scoprono eventi e sentimenti che capiamo essere piazzati proprio in un’altra dimensione temporale. Infatti, in questi ricordi, ci sono una distanza e un disincanto dell’autore. Si percepisce che la sua scrittura, in tutte le prime centocinquanta pagine, è controllata e razionale. Goldkorn porta a galla vicende sulle quali ha riflettuto a lungo. Se volessimo usare una parola appropriata per descrivere la scrittura di queste pagine potremo usare lo stesso termine noto per definire il distacco delle masse e degli individui occidentali dalla religione, diremmo che sono pagine “secolarizzate”.

È dal capitolo 12 che il libro si impenna verso ricordi più recenti e percettibili e la storia prende vita, si anima ci coinvolge in luoghi che l’autore attraversa con una tensione emotiva e una passione che riesce a trasmetterci in maniera densa e coinvolgente attraverso la scrittura. Buenos Aires, Varsavia, Jedwabne sono i luoghi in cui l’autore incrocia i suoi fantasmi e dove tutto comincia a vibrare in sincronia con il lettore. E prende corpo anche la grande metafora ossimorica del bosco delle origini (in Polonia) e del deserto della scelta (in Israele), bosco e deserto che sono anche i nodi irrisolti di una personalità critica e contradditoria.

L’autore fa le pulci a Israele, fino a descriverne passo passo le miserie e la forza bruta, a un punto che sembra quasi (per dovere di simpateticità con il popolo arabo) ne parli male per partito preso. Si dirà che è ben chiaro nel racconto il percorso politico e umano dell’autore, che mira a cogliere tutti gli errori e a giudicare l’uso della forza dell’esercito israeliano nei confronti degli arabi, divenuti a loro volta profughi, ma risulta infine macchinoso questo desiderio di estrema correttezza e difesa della popolazione araba. Infatti, nel corso del racconto, i palestinesi risultano esenti da qualsiasi azione negativa e anzi appaiono come l’unica parte in campo degna di una difesa senza appello. Così come appare feroce la descrizione del profilo sintetico della vita e del ruolo storico di Ben Gurion, come se l’autore (vecchio-giovane militante di estrema sinistra) avesse da rivalersi oggi sul fondatore riformista dello Stato di allora.

Ma certamente, in riferimento alla vicenda della fondazione dello Stato di Israele, alle allora ondivaghe forze in campo dei liberal vicini alle posizioni dei ricchi mercanti americani e quelle marxiste dei comunisti e le preponderanti infine dei socialisti, l’autore riesce con una formula a farci capire seriamente come si sia arrivati oggi a uno Stato confessional-conservatore partendo da uno Stato rural-socialista. Ciò è spiegato nella definizione che Goldkorn tira fuori dopo il dialogo con Amos Oz, e cioè che “l’immaginario religioso è sempre stato presente nel discorso laburista sionista”.

E nonostante un libro di memorie come questo risulti in parte contraddittorio e necessariamente “vissuto”, in conclusione l’autore sembra giungere, pur senza un percorso logico chiaro, a sostenere che, nonostante le atrocità subite e compiute, Israele è casa e va difesa ad ogni costo.