20 Giugno 2024
Culture Club

Mario De Caro e l’epifenomeno

Effetti collaterali. Conseguenze impreviste – come non la serendipità. Collaterali e secondari. In fondo un crimine è sempre la contrapposizione tra un agente e un criminale. E di questo agente, Mario De Caro in questo suo Il libero arbitrio. Una introduzione (Laterza, Roma-Bari, 2004) ne traccia i contorni, il non detto, l’esplicito e il rimosso. Agente equivale anche a «mente» oppure anche a «essere umano» ma meglio ancora a «colui che agisce»: chi concretamente fa un «azione» (è un altro titolo di Mario De Caro, Azione, Il Mulino, Bologna, 2008). Ma che cos’è un «azione»? Comunque sia è un «fare». Può questo «fare» essere «libero»? E cosa si intende per «libertà»? E per «libero arbitrio»?

Si diceva sopra: l’epifenomeno. Dire questo è come dire «Gli agenti sono liberi (…) in quanto causano le loro azioni autodeterminandosi e potendo fare altrimenti». Questo è un «argomento» (una «tesi») per una «proposta» (chiamata dal filosofo in questione «Un pluralismo ontologico e causale») all’interno di un «quadro» del «dibattito contemporaneo» intorno ai temi della libertà, della responsabilità, del vincolo (il «criminale»), del determinismo, dell’indeterminismo, del compatibilismo, dell’incompatibilismo, delle «teorie che si fronteggiano» all’interno dell’«opinione pubblica filosofica» non solo al momento attuale ma, per così dire, dalla «notte dei tempi».

Un crimine ha bisogno sempre di un criminale (la «costrizione») che venga «preso» da un agente e allora può accadere anche che, nel mentre si stia discutendo di «libertà» si possa, indefessamente, transitare verso la delineazione di un epifenomeno. Se dici «libertà» dici che: «Gli esseri umani, in quanto agenti, dispongono di peculiari poteri causali mediante i quali esprimono la loro libertà». Il che, poi, è come dire: «In quale senso all’agente si presentano possibilità di azione alternativa e come questi possa autodeterminare le proprie azioni»; il che, in seconda battuta, è come dire che l’«autodeterminazione» e la «possibilità di fare altrimenti» siano «garantite» da «spiegazioni agenziali» incorporate dentro «la causalità» e l’«ontologia»…

Insomma De Caro, in questo raffinato volume, al posto di parlare di «libertà» (parlando sostanzialmente «solo» di «libertà») si accorge della presenza di un epifenomeno (il criminale, la costrizione, il vincolo). Ma questo era già insito nella definizione stessa di «libertà»: occorre, infatti, chiedersi: «La libertà è possibile? Ovvero com’è possibile che gli agenti godano di entrambi i requisiti essenziali della libertà, se il primo (l’autocontrollo) sembra impossibile in un universo indetermininistico e il secondo (la possibilità di fare altrimenti) sembra impossibile in un universo deterministico?».
A questo si risponde dicendo che la nostra «intuizione» afferma che c’è la «libertà» mentre dall’altra parte «Abbiamo dunque buone ragioni per pensare che non siamo liberi».
Criminale o non criminale che sia il «vincolo» sovraintende alle due «condizioni» della «libertà»: «la possibilità di fare altrimenti» e che «Le azioni non siano un prodotto esclusivo del caso o di fattori del tutto indipendenti dalla volontà dell’agente».

In questo senso Mario de Caro si rende conto che la «moderna» (quelli che parlano veramente bene direbbero: «postmoderna») «situazione» nella quale si sta sviluppando l’attuale dibattito sulla «libertà» è quella «secolarizzata» (e quindi «metafisica») che è subentrata alla «disputa teologica» (che al posto di determinismo e indeterminismo indicava le due teorie più rilevanti nella possibilità di Dio di poter vedere i futuri sviluppi di un fatto e nell’ordine con il quale Dio guida e orienta il susseguirsi della storia umana a fronte di una concezione «problematica» dell’idea stessa di «libertà»).
Se poniamo il «rapporto» tra Dio e l’uomo come quello tra natura e agente, oppure come quello tra realtà e azione oppure come quello tra «leggi di natura» e «libertà» allora abbiamo capito fino in fondo il testo di De caro. L’agente è «inserito» nel corso della natura che è guidato (a seconda di come si veda il mondo da leggi «deterministiche» o «indeterministiche») da, e questa è la proposta di De Caro, una «mescidanza» di «decisioni, scelte, deliberazioni» ma anche «In forza dei suoi desideri, delle sue intenzioni, delle sue credenze».

L’agente, perciò, «entra» dentro le «leggi della natura», con tutta la sua «persona», ma non solo: «E’ necessario che all’agente si presenti una molteplicità di possibili corsi d’azione alternativi».
All’interno di una «visione naturalistica metafisica» viene da chiedersi: «In queste condizioni è possibile la libertà?». Ovvero: ponendo «in questione il monismo ontologico» e «senza per questo rifiutare la concezione scientifica del mondo»?
Mario De Caro a questo punto passa a «delineare» le grandi «scuole di pensiero» che si contrappongono nel dibattito attuale. Certo dire «determinismo causale» vuole immediatamente dire che «Ogni evento e di una classe F è causalmente determinato. Un evento e si dice causalmente determinato se e solo se, quando occorre, esso è causato da altri eventi che ne sono cause sufficienti».

Ogni cosa è «determinata» oppure ogni cosa è «indeterminata»? La causa o il caso? E come si «inserisce» la «libertà» in tutto questo?
De Caro risponde «innestando» l’agente dentro il crimine; arrestando il criminale prima ancora che possa compromettere la «libertà». La «libertà» degli altri, che possono vivere meno «sicuri» se c’è un crimine e se c’è un criminale.

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.