25 Maggio 2024
Sun

Emmanuel Carrére, YOGA, trad. Lorenzo Lella-Francesca Scala, Adelphi, Milano 2021

Succo di frutta che sia, o teorizzazione di Anassimene di Mileto, lo yoga diventa nelle pagine di Carrère quasi un motivo di riflessione inserito tra la vita e la morte. Che, poi, tutto quanto si svolge nella testa; in una testa di una persona. Il bene e il male ma soprattutto la salute mentale e la sofferenza: lo Yoga come mantra di una possibile soluzione persino ad annosi problemi mentali. In definitiva: una ricognizione – a partire dallo Yoga – in un libro bello ma non felice di tutta una serie di moventi, movimenti, desideri, aspirazioni, paure che, alla fine: potrebbero intaccare quel Tram che si chiama desiderio ma che invece possono essere tenuti a bada, tenuti sotto controllo; in qualche modo: esorcizzati. Ma lo Yoga, allora – tecnica di meditazione e respirazione (e per questo compare Anassimene di Mileto per il quale principio di tutte le cose è l’aria) – filtra come qualcosa di universale, di esclusivo, di grande. Al di là di tutte le contraddizioni della vita – lo stesso Carrère se ne rende conto quando scrive: «Devo portare a pranzo mio padre, come faccio di solito, una volta al mese, in un ristorante di quai des Grands-Augustins. Chissà se gli racconterò quello che ho fatto in questi dieci giorni. Dieci giorni in silenzio, seduto su un cuscino, a occuparmi delle mie narici» – lo Yoga – contraddizione esso stesso tra lo yin e lo yang ma anche tra contemplazione e prassi, teoria e azione – conduce l’autore di questo libro dolcemente squilibrato non a considerazioni magari sulla vita e sulla morte ma a una presa di coscienza. Insomma: serve questo Yoga? Carrère dice: «La salute mentale, secondo Freud, consiste nell’essere capaci di amare e di lavorare, e con mia grande sorpresa da quasi dieci anni ormai ne ero divenuto capace» e, più sotto, aggiunge: «Freud dà un’altra definizione della salute mentale, non meno folgorante della prima: si è mentalmente sani quando non si è più soggetti alla sofferenza nevrotica, ma soltanto alla normale sofferenza umana». Dunque? «Soltanto alla normale sofferenza umana» si può contrapporre uno Yoga – che, poi, potrebbe anche essere praticato come tecnica in sé e per sé, al di là di dolori, rimpianti, pianti e considerazioni infelici sulla vita – che diventa anche «una tecnica per intaccare l’ego». Fermiamoci un attimo. Respiriamo. Inspiriamo ed espiriamo. E poi? «Eppure, dall’alto della mia infima esperienza, penso che si possa arrivare alla meditazione attraverso un sentiero meno impervio, un sentiero banalissimo, accessibile a tutti, e che la tecnica per imboccarlo si impari in cinque minuti. Consiste nel sedersi e nello stare per un certo tempo immobili e in silenzio. Tutto ciò che accade nel lasso di tempo in cui stiamo seduti, immobili e in silenzio, è meditazione». E’ chiaro un fatto. «Ognuno di noi è venuto qui nella speranza di chiarirsi un po’ le idee, di tirarsi un po’ fuori dagli impicci, di essere un po’ meno infelice». E come? Osservando le «linee del male» convivere insieme con le «linee del bene»: cerando come dice giustamente Carrère, un «riparo»! Sì «Soltanto la normale sofferenza umana» non ha «riparo»: lo Yoga diventa allora un’arte per «trattenere» quello che «può essere trattenuto». Magari è anche un farmaco, un medicinale o perché no: un placebo. Ma forse è molto di più. «La meditazione è stare seduto, in silenzio, immobile. La meditazione è tutto quello che accade dentro di noi quando siamo seduti, in silenzio, immobili. La meditazione è far nascere dentro di noi un testimone che osserva il turbine dei nostri pensieri senza lasciarsene travolgere. La meditazione è vedere le cose come sono. La meditazione è distaccarsi dalla propria identità. La meditazione è scoprire che siamo altro da ciò che dice in continuazione: io! Io! Io! La meditazione è scoprire che siamo altro dal nostro ego. La meditazione è una tecnica per intaccare l’ego. La meditazione è immergersi e stabilirsi in ciò che la vita ha di irritante. La meditazione è non giudicare. La meditazione è fare attenzione. La meditazione è osservare i punti di contatto tra il sé e l’altro da sé. La meditazione è l’arresto delle fluttuazioni mentali. La meditazione è osservare quelle fluttuazioni mentali che chiamiamo vritti per calmarle e alla fine metterle a tacere. La meditazione è essere al corrente dell’esistenza altrui.  La meditazione è calarsi dentro di sé e scavare tunnel, costruire dighe, aprire nuove vie di circolazione e far nascere qualcosa e tornare a rivedere il cielo.  La meditazione è trovare dentro di sé una zona segreta e irradiante, dove stare bene.  La meditazione è essere al proprio posto in qualsiasi posto. La meditazione è essere coscienti di tutto, per tutto il tempo (questa definizione è di Krishnamurti). La meditazione è accettare tutto quello che viene. La meditazione è smettere di raccontare storie. La meditazione è lasciar perdere, non aspettarsi più niente, smettere di cercare di fare alcunché. La meditazione è vivere nel qui e ora. La meditazione è pisciare quando si piscia e cacare quando si caca, tutto qui. La meditazione è non aggiungere niente». «Soltanto alla normale sofferenza umana» lo Yoga riesce a fornire una risposta, la tecnica della meditazione offre un «riparo», e oltre a questo costituisce – come dice ancora Carrère – «una pratica piacevole o salutare». Che cosa devasta il cuore umano? Cosa sono queste vritti? Perché non la si pensa allegra? Perché non si riesce a prenderla «con filosofia»? Emmanuelle Carrère «scava» dentro le contraddizioni dell’esistenza e non si arresta «soltanto alla normale sofferenza umana» ma capisce anche una cosa. «Ed è proprio questo il significato originario della parola yoga: attaccare insieme, a uno stesso giogo, due cavalli o due bufali. Passi dall’uno all’altro, e viceversa. Se cerchi di prestare attenzione a ciò che stai facendo, di averne anche soltanto un briciolo di consapevolezza, che è poi l’obiettivo finale, non hai più tempo di annoiarti. Più la posizione richiede impegno, più ci prendi gusto. Assumerla ogni giorno, ritrovarla a un orario fisso è un piacere. La tieni sempre più a lungo. Senti quando cominci a perderla. Allora la correggi, la perfezioni, diventi sempre più consapevole degli equilibri in gioco. Certi giorni è una goduria. Altri una tortura, non c’è niente che funzioni. Tutto il corpo protesta, resiste all’immobilità, non percepisce più neppure uno di quegli equilibri fragili, sottili, che era così gradevole osservare. La migliore cosa da fare, allora, sarebbe prestare attenzione a questa ribellione, a questa svogliatezza, a questo rifiuto. Se vi prestassi attenzione tutte queste cose rientrerebbero nella meditazione. Ma il più delle volte, quando le senti, invece di prestarci attenzione ti affretti a porvi fine. Ti anzi, vai a leggere le mail. Non c’è problema».

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.