di - 5 novembre 2018

Come si arriva al collasso

La percezione della fine delle nostre società è ormai diffusa ovunque. Le crisi finanziarie si susseguono una dopo l’altra, da quella del 1929 (cominciata in realtà nel 1926) in cui l’irrazionale esuberanza borsistica mise in ginocchio anche l’Europa dei fascismi, a quella del 1974, quando finì l’età dell’oro del petrolio a basso prezzo. Ma poco prima era cessata l’epoca di Bretton Woods, quella bella stagione postbellica in cui vi era la convertibilità fissa tra le monete di 44 paesi sviluppati: tra queste e il dollaro USA e tra il dollaro USA e l’oro. Il sistema di Bretton Woods si concluse perché Nixon volle scaricare sull’Europa la super-inflazione generata dai costi della guerra del Vietnam. Poi c’è stata la crisi del 1997-1998, infine quella del 2007-2008. Ogni crisi dura circa dieci anni e lascia i sistemi produttivi più deboli e piccoli di prima.

Ma c’è un altro tipo di crisi, oltre quella economica. C’è la crisi delle civiltà, che si percepisce nell’attuale vuoto culturale, valoriale, morale. Nella recente festa di Halloween in Francia, a Parigi, Lione, Metz migliaia di ragazzini si sono dedicati a rapine, sfasciamenti e distruzioni varie. La crisi si può rintracciare anche nel suicidio culturale di molti paesi europei, Italia inclusa, dove le scuole e le università sono ormai ridotte a nulla.

Il collasso delle civiltà, secondo Dimitri Orlov (uno che se ne intende), avviene in cinque fasi. Orlov è un ingegnere russo, naturalizzato americano, che ha studiato attentamente la caduta del comunismo nel suo paese di origine. Il suo modello della crisi permanente, che prepara al collasso, si compone della somma di eccessive spese militari, di un grande deficit pubblico, di un sistema politico disfunzionale e della caduta della produzione petrolifera. A parte le spese militari e il petrolio, che è comunque un esempio classico di prezzo politico, abbiamo già tutte queste caratteristiche in atto, nel nostro Paese. Soprattutto ci siamo forniti di un sistema parlamentare ormai morto e che, perfino quando era vivo, era un capolavoro di inefficienza: un equilibrio tra poteri che si basa sulla quasi impossibilità a decidere in tempi adeguati alle trasformazioni sociali.

I cinque stadi del collasso che Orlov analizza sono finanziario, commerciale, politico, sociale e culturale.

  1. La crisi finale di tipo finanziario si basa sulla cessazione del criterio del business as usual. Le istituzioni finanziarie, pubbliche e private, diventano insolventi perché sono indebitate tra loro; i risparmi privati si dissolvono e quindi le banche non concedono più prestiti. La fine della classica fides tra contraenti.
  2. Il collasso commerciale avviene quando la moneta diventa scarsa o estremamente svalutata, mentre si manifestano carenze di questo o quel bene di consumo. Oggi questa è la norma in molti Paesi asiatici – ma arriverà anche in Europa, statene certi. Si pensi alla comica ristampa di tutti i biglietti di banca, in India, nel 2016. O guardando indietro nella storia alla crisi del cotone americano nel 1857. In tutto il XIX e XX secolo le crisi commerciali europee e americane sono state ben nove. I sovietici trasformavano l’inflazione in code davanti ai negozi, l’occidente nella carenza di moneta o nella sua rapida svalutazione.
  3. Il collasso politico, secondo Orlov, avviene invece quando i governi non riescono a far fronte alle necessità primarie dei cittadini. Una eventualità da non negare a priori, soprattutto oggi. Prima privatizzeranno completamente il Welfare State, poi chi avrà soldi per pagare ciò che prima era gratis ce la farà, gli altri faranno i clochard. Il proletariato del Primo Mondo assomiglierà sempre di più alle masse diseredate del Terzo. Non ve l’ha detto nessuno quando decantavano la globalizzazione che c’è anche una globalizzazione della miseria, oltre quella della ricchezza? E ci sarà una globalizzazione delle culture di massa, arriveremo a quel villaggio globale che, nelle intenzioni di Marshall McLuhan, che lo aveva inventato come formula, era davvero la riduzione della cultura occidentale a quella fatta di suoni, urti, movimenti primari delle tribù più arcaiche. Il mondo che prevedeva McLuhan, che era un geniale reazionario, era proprio quello dell’immediatezza fisica che sostituisce la mediazione linguistica e culturale.
  4. Il collasso sociale, sempre secondo Orlov, accade poi quando cessa il sistema di protezione familiare, sociale, di gruppo. In questo caso ci siamo già: non c’è più coesione sociale (l’esempio degli anti-vaccinisti è eclatante da questo punto di vista); la famiglia è ormai un reperto archeologico. E poi la carenza di nuovi nati rende già matematicamente impossibile il mantenimento dello standard attuale, peraltro basso, delle prossime pensioni. E il lavoro impermanente, rapsodico, a bassissimo salario, non consente altro che la faticosa sopravvivenza del singolo. Avremo dunque una massa sempre più vasta di working poor, ormai già il 7,9% del totale degli occupati negli Usa. In Italia sono il 12% e in Europa il 9,6%. Se lo Stato a quel punto volesse fronteggiare l’impoverimento di massa e quindi investire in un nuovo Welfare, dovrebbe prendere i soldi dal mercato vendendo i suoi titoli a interessi pari a quelli del primo livello del mercato finanziario privato. Così facendo lo Stato si depaupererebbe rapidamente e allora il Welfare non sarebbe più finanziabile. Hanno ragione alcuni economisti italiani (di solito allievi dell’indimenticabile Federico Caffè) che fanno partire la crisi fiscale italiana dal 1981, quando cessò l’obbligo da parte della Banca d’Italia di comprare i BOT e gli altri titoli del debito pubblico rimasti invenduti alle aste.
  5. Infine, il quinto stadio del collasso delle società, quello culturale. In questo caso ci siamo già piantati dentro, e in pieno. Cessa (come nell’Halloween francese di questi giorni) ogni legame non violento tra gli uomini, si perde la fides, i gruppi familiari o meno si sciolgono, tutti competono, ma solo come individui, per acquisire in ogni modo risorse sempre più scarse. È il ritorno all’homo homini lupus, quel sistema disumano del tutto inefficiente contro il quale è nato lo Stato in Machiavelli e Spinoza, o il Sovrano nell’ipotesi di Hobbes.

Tuttavia c’è una “salvezza” di fronte a questo scenario. Ed è semplicemente una fine più improvvisa e meno conflittuale. In questo caso sarebbe la Natura a dare il colpo di grazia. Infatti, in una ricerca del 2014 fatta della NASA si è studiato il collasso della nostra civiltà in modo meno “filosofico”. Si tratta della combinazione di cinque elementi: clima, popolazione, acqua, agricoltura, energia. Secondo la NASA (e gli studiosi di questo progetto erano quasi tutti iraniani) il collasso avviene quando i cinque elementi convergono verso due strutture sociali cruciali: la crisi delle risorse, generata dal sovraccarico ecologico del pianeta e la stratificazione della società in due sole classi, l’élite dei ricchissimi e la grande massa di poveri e poverissimi. È anche questo il caso di oggi, l’attualità che viviamo nel nostro tempo. In tutta Europa la caduta del reddito delle classi medie varia dal 43% (Gran Bretagna) al 45% (Italia), e tutto è avvenuto in un periodo che va dal 1980 al 2010. In Italia, poi, il 40% della popolazione si colloca tra i ceti “poveri”.

Ecco, arriva quindi la polarizzazione sociale che, in mancanza di un controllo ecologico, politico e dei prezzi del resto delle risorse primarie del modello NASA, ci porterà al collasso. Che sarà prima culturale (e ci siamo già) poi economico, finanziario e sociale, secondo la scala di Orlov.
È finita e non ce ne siamo ancora accorti.