20 Aprile 2024
Sun

Simona Forti, Ripensare oggi male e potere, Feltrinelli, Milano 2012

Simona Forti scrive questo suo I nuovi demoni. Ripensare oggi male e potere (Feltrinelli, Milano, 2012) con un intento preciso. Infatti la nostra autrice postula in maniera definitiva l’inevitabilità del male. Di un male che transita dal «paradigma Dostoevskij» al «paradigma dei demoni mediocri» accrescendosi, anziché diminuendo di intensità. In quest’ultimo paradigma esso infatti ha a che fare con la «vita stessa», con la nostra stessa pulsione di sopravvivenza. Ed ecco che un male totale pare essere invincibile e incontenibile oltre che incoercibile. La domanda che nasce a questo punto è: ci si può salvare dal male?

Oggi noi «Assistiamo piuttosto alla frammentazione, alla moltiplicazione di poteri che reclamano il diritto di normare le nostre vite. Senza imporre imperativi o norme trascendenti, gestiscono e promuovono la tutela della vita assecondando lo svolgimento presunto “normale” e “fisiologico” di comportamenti umani e incentivando i processi che dovrebbero condurre verso il benessere». Qual è il rapporto fra male e potere? Il male è sempre stato lo stesso in tutte le epoche? E il potere com’è cambiato? La domanda, in questo caso, non è tanto se il potere sia un male? La domanda è, più che altro, se il male sia un potere? E un potere inevitabile, irredimibile, incontrastabile come quello prefigurato e annunciato dalla Forti non anticipa forse un mondo dove tutto è male?

Lo ripetiamo: «L’interdipendenza tra vita e potere è diventata oggi vorticosa e capillare. Da una parte, nelle società ipermoderne, potenzialmente tutti entrano in contatto con la presa che il potere esercita: dall’altra è tutta la nostra vita, anche quella corporea e biologica ad acquistare rilevanza politica». Il biopotere è il male? E’ davvero ineliminabile oggi la dimensione della biopolitica? Noi, oggi, la dimensione e l’orizzonte della biopolitica «Non solo la accettiamo, ma cerchiamo ad ogni costo di metterla in atto». Attrazione verso il male? Una natura umana tendenzialmente tendente verso la cattiveria? Impossibilità di un’etica? Il paradigma dei «nuovi demoni» predice «Il desiderio di essere e di persistere, che oggi finalmente si declina come puro desiderio di rimanere in vita, di avere davanti a sempre più vita, da potenziare costantemente». Ma, aggiunge ancora la Forti: «E’ ovvio, più noi vogliamo vivere, sentirci vivi e potenti, più dipendiamo dalla complicata rete di poteri e riconoscimenti che ci confermano negli attributi dell’essere». La circolarità (di male e potere, pulsione di morte e volontà di potenza, banalità del male e demoni dostoevskijani) è la risposta alle nostre innumerevoli domande.

Il nuovo «tu devi» kantiano ingiunge «la massimizzazione della propria vita, e innanzitutto della propria vita biologica». Ma da qualche parte acquattato c’è il potere. Che ne è della felicità, dunque? Che ne è della gioia di vivere? Che ne è della possibilità di far fruttare i nostri talenti? La Forti esplicita ancora un altro passaggio: «Così, assorbiti dall’imperatività di un progetto infinito – massimizzare la vita non può che essere un impegno interminabile – non abbiamo né il tempo né lo spazio per distanziarci da noi stessi: per percepire e giudicare la realtà spesso dolorosa, che “è là fuori”».

Stiamo diventando, forse, tutti idealisti? Vitalisti? Positivisti? Pensiamo solo «positivo»? Il politically correct è anche questo? La «circolarità tra desiderio di vita, normatività, potere e male» dove ci condurrà? Esiste certamente una «ripetitività con cui il potere riproduce sé stesso» ma, d’altro canto, la vita ha sempre un cartello di «stop» davanti a sé: oltre un certo limite non c’è più vita ma morte. In questa tenaglia (potere infinito e illimitato vs vita finita) si stagliano le ragioni del male. Se la vita è così complicata e, come diceva Hobbes, «breve» che senso ha consacrare gran parte di essa – se non tutta – al male? Noi dovremmo mutare il nostro «modo di diventare e rimanere soggetto». Ma la risposta, amico, la troverai nel vento: sia pur cambiando la propria soggettività il male resta – in virtù dei due paradigmi di cui si è detto – inevitabile.

Certo «Un potere esercitato su un soggetto è sempre anche un potere accettato da quel soggetto». Facciamo a questo punto un esempio. Io non so niente di computer, non ho idea di elettronica né co conosco le nanotecnologie e improvvisamente mi si guasta la stampante. Devo rivolgermi e devo andare da chi ha il potere di aggiustare le stampanti. Certo, siamo d’accordo con la Forti, io accetto quel potere ma il risultato rimane. Se non accettassi quel potere forse sarei libero ma avrei egualmente per sempre la stampante rotta.

Ecco cosa viene in cambio al soggetto se si sottomette al potere: la sicurezza, la tranquillità, la gioia di un «porto requie» verso cui tornare la sera. E la felicità? Certo la Forti va ancora più a fondo evidenziando: «La circolarità fra il bisogno che il soggetto ha del potere e il bisogno che il potere ha di quel bisogno del soggetto». È chiaro che il potere si accresce se io (come tutti) mi reco dal tecnico del computer. In questo caso crescerà di più la tranquillità. Crescerà di più il potere per il potere. Nessuno, forse, in questa storia sarà felice. E poi del resto – come in pagine davvero magistrali mostra la Forti – quale sarà il nesso fra libertà e potere? Fra male e libertà? «Il potere, infatti, o meglio, i diversi poteri giovano con il nostro desiderio di vita; abusano della richiesta che noi a essi facciamo di venire, per così dire “salvati”, di essere risarciti per la nostra obbedienza, con quei segni e quei nomi che ci fanno sentire sempre più vivi». Dove c’è maggiore libertà lì c’è meno potere; dove maggiore è il potere lì c’è meno libertà. Riannodando le fila di tutto il discorso della Forti c’è da dire che all’inizio troneggia il «paradigma Dostoevskij». «Per Dostoevskij, i diversi demoni, che appunto corrispondono ai vari modi con cui il male si rende visibile, condividono un unico e assoluto desiderio: prendere il posto di Dio e della sua infinita libertà».

In fondo «il male politico» per lo scrittore russo è frutto «dello scatenamento della malvagità». C’è una bipolarità che emerge a chiare lettere dal dettato dostoevskijano: «demoni malvagi da una parte e vittime assolute dall’altra». Il male, in questa prospettiva viene ricondotto «al desiderio e alla volontà di morte». Con il paradigma dei «demoni mediocri» si passa: «Dal potere di dare la morte alle strategie di massimizzazione della vita» cioè si fa cadere adesso lo sguardo «Sul modo in cui la vita, elevata a valore unico e indiscusso, è stata funzionale alla produzione in massa della morte». Siamo in presenza di un’altra circolarità: quella tra la vita e la morte che ci richiama alla memoria quella tra potere e male oppure quella tra libertà e obbedienza o tra desiderio di vita e pulsione di morte. Insomma non si esce da un’ottica volutamente ellittica nella quale cambiano le scaturigini del «male politico» ma il risultato sembra essere sempre quello del dominio, del controllo e della subordinazione. Il paradigma dei «demoni mediocri» chiamato anche della «normalità del male» non ci fa più vedere l’entrata in scena di eminenti entità demoniache assetate si sangue ma un male e un potere che hanno direttamente a che fare con la vita stessa. Quasi che i demoni si siano desacralizzati, quasi che il sacro terrore del male sia diventato un profano terrore della vita stessa. Una vita che, nel suo istinto di sopravvivenza, vuole sempre più vita anche a costo di volere fare i conti con il potere. E a questo punto biopotere, pulsione di vita, pulsione di morte, libertà e biopolitica navigano e ruotano in un cerchio dentro al quale pare non esserci possibilità alcuna per alcuno di sfuggire alla presa del male. Che ne è del bene a questo punto? Che ne è del senso estetico preciso e perfetto di fare una passeggiata insieme alla persona che si ama?

Ecco esplicitato il nesso fra male e libertà. La Forti infatti scrive: «Il male è un’attività, non una sostanza, la potenza di una relazione, non la statica traduzione in atto di un principio. O meglio è il prodursi, nella storia, di una situazione maligna – diciamo così – che è l’effetto di un’interazione collettiva tra gli sconfinamenti della libertà». Infatti «E’ indubbio – ed è stata la grande acquisizione della filosofia, dal male radicale kantiano in poi – che il male e la sua individuabilità come tale, hanno a che fare con la struttura della soggettività (…) Nel significato primario della constatazione che la questione del male, nella sua differenza dal bene, è assurda al di fuori dell’ambito del diventare soggetti». Ecco che la libertà è prima di tutto e solamente libertà del soggetto: quando la libertà del soggetto supera un certo limite le subentra il potere che tenta di regolarla; quando il potere del potere per qualche straordinario motivo decresce allora ecco che il soggetto vede aumentare la sua libertà.

E il male? Il male deriva da una libertà del soggetto che si massimizza e che diventa improvvisamente capace di fare anche del male. Probabilmente: anche di fare male a sé stessa. E il potere quando interviene a frenare quella libertà diventa automaticamente male perché in ogni caso (anche nel caso della massima libertà) esso tende a modulare e modellare la libertà del soggetto per i suoi fini. I vari cerchi disegnati dalla Forte non si sono raccolti in uno solo e il male risulta sempre inevitabile. Sarà per quell’anelito di libertà che sempre abita ognuno di noi: sarà per l’inevitabilità di un potere che in ogni caso tende a garantire la nostra sicurezza. Qui si cela il profondo senso dell’enigma del male. La Forti dice: «Al di qua del costituirsi della soggettività non c’è né bene né male». Tutto dipende dal soggetto e dalla sua storia biografica. Inoltre «Senza questo processo di soggettivazione, del divenire soggetti, c’è soltanto la più o meno crudele innocenza del divenire della vita».

Dunque questo continuo fluire della vita, che non ha né scopo né senso, fa da cornice a una sovrastruttura (che costituisce la storia del soggetto) e nella quale: «Solo per quell’animale umano che ha saputo mettere al servizio della sua vita mortale la capacità di collocarsi dentro un processo di senso si può parlare di male». Perché sto soffrendo? Che cos’è questa cosa che mi fa del male? Perché esiste il dolore?

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.